Dalla parte di una maestra antifascista e incazzata

el maestro luchando

[…]

Troppo onesti,
troppo davvero buoni,
questi ragazzi che hanno disimparato
a contrapporsi.

(Fabio Pusterla, Per una insegnante cattiva, 2014)

Senza manganelli, quando volete. Così Lavinia Flavia Cassaro, antifascista, maestra precaria e incazzata, a Torino inveisce ripetutamente contro il cordone di sicurezza schierato a protezione dei fascisti di Casapound per impedire che il loro comizio venga disturbato dalle contestazioni. Non conosciamo Lavinia Flavia Cassaro di persona, ma ri-conosciamo la sua incontenibile rabbia di fronte ad uno schieramento di poliziotti in antisommossa che protegge i fascisti, ammessi a partecipare alle elezioni politiche in un paese, questo, la cui Costituzione vieta espressamente la ricostituzione di organizzazioni politiche di matrice fascista. E invece i fascisti non solo vengono ammessi alle elezioni, ma i loro comizi vengono protetti e garantiti dalle forze dell’ordine, su e giù per lo stivale. Ri-conosciamo la rabbia di una precaria, trapiantata al nord con uno stipendio tra i più bassi d’Europa e la rabbia, troppo spesso repressa, di un corpo docente contro cui sono schierate frotte di pennivendoli in una gara al massacro, alla diffamazione e alla delegittimazione della  scuola statale nel momento stesso in cui questa viene trasformata, anzi mostrificata, in una palestra di addestramento al lavoro precario, se non schiavile, mentre, parallelamente, i percorsi per accedere alla professione docente e diventare di ruolo vengono resi sempre più incerti e costosi. 

Prevedibile che le parole di Lavinia Flavia Cassaro  sarebbero ritornate indietro come un boomerang in questa italietta piccola piccola, a caccia di capri espiatori e sicurezze, mentre sprofonda nel baratro di una polarizzazione della ricchezza che miete sempre più vittime tra la piccola borghesia declassata. Un’italietta che ha costruito l’immaginario scolastico sulla maestrina con la piuma rossa del libro Cuore e che, complice la femminilizzazione della professione docente, confonde un lavoro intellettuale con un lavoro di cura. Lavinia è una cattiva maestra perché inveisce contro la polizia, quella stessa polizia incaricata di proteggere  fascisti e leghisti e caricare i/le contestatori/trici dei vari Di Stefano, Fiore, Meloni, Salvini, spesso poche decine di ragazzi inermi, come è accaduto di recente a Pisa. Lavinia è una cattiva maestra perché è vicina al movimento No tav e non staremo qui a ricordare 20 anni e passa di repressione, carcere, lacrimogeni ad altezza d’uomo, pestaggi contro chi contestava un’opera che ora il governo ha ammesso essere un’opera inutile.

A chi affidiamo la cura dei nostri figli? Confondendo docenza e cura, di questo si preoccupa la famigliola che insegue, angosciata, i miraggi di benessere, pace e serenità della pubblicità del mulino bianco. La preoccupazione è “nelle mani di chi” lasciare i figli quando si è costretti ad assentarsi, attanagliati da un lavoro sempre più fagocitante e meno remunerativo; la preoccupazione è dove, con chi lasciare i figli, ma non l’ odio e la violenza di fascio-leghisti che sparano da un’auto sui migranti o accoltellano alla schiena chi sta attaccando manifesti elettorali, salvo poi ribaltare la versione dei fatti e recitare la parte delle povere vittime con la complicità dei massmedia, come è accaduto a Perugia.

Una brava maestra, invece, cosa dovrebbe fare, secondo l’opinione pubblica fascistizzata e forgiata dai racconti del libro Cuore e dalla pubblicità del mulino bianco? Forse rimanere in classe con il pallottoliere e il gessetto in mano, tra un’ave maria e una salve regina, mentre fuori dalle pareti ovattate di un’aula scolastica i fascisti tengono tranquillamente comizi e fanno proseliti fomentando le masse, sempre più impoverite, contro chi è ammassato sugli ultimi gradini della scala sociale? Una brava maestra dovrebbe forse rimanere ferma e buona al suo posto, pacata, mite, sorridente, addestrare i pargoletti a ripetere le date delle guerre puniche, distogliendo l’attenzione da quello che accade oggi e lasciando ad altri la conduzione del ciclo politico reazionario  in cui il nostro presente sprofonda? E  così che ci si rende meritevoli di quella mancetta di poche decine di euro di aumento stipendiale, piovute come una caritatevole manna dal cielo in prossimità delle elezioni, per tentare di recuperare terreno dopo l’emorragia di voti che ha seccato il bacino elettorale della scuola.

Lavinia non è la maestrina dalla piuma rossa, questo è evidente. Con la sua birra in mano, con la sua rabbia esplosiva, rompe violentemente con l’immaginario femminilizzato, e per questa via reso passivo, succube e innocuo, dell’insegnante tipo, dell’insegnante modello, quella che rimane in classe a ripetere le tabelline e a ringraziare il suo Signore e Padrone della mancetta per il buon servizio reso, quella che chiude le finestre e gli scurini quando fuori infuria la tempesta.
Nel momento in cui scriviamo, la rabbia di Lavinia si sta trasformando in paura. La stampa ha provveduto a sondare gli umori della pancia dell’utenza scolastica, nella ricerca morbosa di testimonianze sull’ inadeguatezza della maestra. Il ministero ha allertato l’ufficio scolastico regionale, il segretario di un partito in agonia e in cerca di consensi per rimontare ha sentenziato: dovrebbe essere licenziata.

Se in questa apologia di una maestra incazzata abbiamo scelto, nostro malgrado, l’anonimato, è perché stiamo con Lavinia e non vogliamo dover subire la rappresaglia oltre che dei commentatori abbrutiti e violenti che  avvelenano il web, anche di una ministra agli sgoccioli che può vantare come unico titolo di merito per l’incarico che ricopre la fedeltà incondizionata – nomen omen, si direbbe – ad un ex premier, segretario di partito sul viale del tramonto, che non ha mai lavorato un solo giorno della sua vita, se non nell’azienda di papà, e che purtuttavia si arroga il diritto di fare la voce grossa e di esprimersi sulla licenziabilità di chi lavora in maniera precaria, con uno stipendio da miseria, lontano dai ripari sicuri della casa paterna e intende la politica come militanza e non come fedele servilismo al potere, ammantato da una patina di ipocrita rispettabilità, tipica del politicante di professione.

L’attacco a Lavinia non è altro che un avvertimento preciso rivolto alla categoria intera, un monito a non uscire fuori dalle righe, a tenere la testa bassa e a continuare il proprio lavoro in silenzio, nel rispetto di un sistema in cui lo spazio per dissentire viene progressivamente azzerato.
Stiamo dalla parte di Lavinia perché rivendichiamo il diritto a rifiutare non solo  un modello di insegnamento passivo e, quindi, autoritario, ma respingiamo anche l’idea secondo cui le/gli insegnanti sarebbero diretta emanazione dei valori e delle regole dello Stato in cui vivono e della sua classe politica.

Stiamo dalla parte di Lavinia perché siamo per una scuola laica, antifascista e antisessista, in direzione contraria di quella che vorrebbero imporci lo stato e il ceto politico; siamo per una scuola libera che, se continua in qualche modo a sopravvivere, è grazie a quelle/quei docenti che dissentono, che quotidianamente decidono di svolgere il proprio mestiere in un altro modo, fuori dalle regole e dalle indicazioni ministeriali, e che per questo vengono spesso isolate/i o attaccate/i.

Stiamo dalla parte di Lavinia perché non vogliamo educare soldatini obbedienti o bravi elettori, ma persone in grado di elaborare un pensiero critico sulla realtà in cui viviamo, la stessa che pensa che la sicurezza sia garantire agibilità politica ai fascisti.

Stiamo dalla parte di Lavinia perché abbiamo tutte le ragioni per essere incazzate e tutto il diritto di urlare ed esprimere la nostra rabbia. Del resto, per quanto dure, sono solo parole. Non siamo noi a disporre di armi, manganelli, lacrimogeni, idranti e a usarli contro gente inerme, che non ha altro da opporre che i propri corpi e  la forza della propria voce.

 

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