Per una storia decoloniale della gentaglia, di Brigitte Vasallo

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Prologo di Brigitte Vasallo all’edizione spagnola di A. Evans, Brujeria y contracultura gay. Traduzione di Julia Prestia 

Per poter fare una lettura decoloniale e intersezionale di Witchcraft and the gay counterculture dobbiamo, dapprima, strapparci gli occhi e il cervello, sbrogliare il labirinto di intestini esistente nelle nostre viscere, sottrarci i genitali, estirparci lo sguardo, il pensiero, le idee, le credenze, le certezze che indossiamo e, con somma attenzione e affetto, introdurli in un sacco della spazzatura e buttarli nel primo bidone disponibile.

Tornare a casa, respirare profondamente, fregarcene di tutto e di tutt* per tutto il tempo necessario. Fregarcene della spoliazione del corpo e dei godimenti, fregarcene del genere e delle sue regole, fregarcene della monogamia e delle sue meschinità, fregarcene delle gerarchie, dell’accademia, dello stato, della nazione, delle bandiere, fregarcene del mercato e delle leggi, fregarcene degli obblighi mercanteggiati, del sesso strumentalizzato, fregarcene del lavoro stipendiato.

Fregarcene degli eroi salvatori che ci hanno propinato, con le loro stronzate visionarie, fino al giorno d’oggi.

E, fatto questo, aprire il libro e de-leggere.

De-leggere la cronologia. Emergenza rizomatica di lesbiche, froce, trans, maschiacce e puttane

Per leggere una storia della controcultura gay, lesbica e transgender che risalga a Socrate, dobbiamo far ricorso all’enunciazione strategica proposta da Spyvak e ancorarci a questa con forza, partendo da un approccio alla narrazione che non sia legata alla concezione lineare del tempo, che non si arrenda di fronte alla minaccia di anacronismo, di fronte al rigorismo del pensiero accettabile, ma che arda di fronte alla furia del desiderio e della resistenza, del rifiutare-e-creare hollowayano. Che, da quell’approccio, nomini Socrate come gay e Giovanna d’Arco come trans. Come se quelle identità e categorie fossero reali, atemporali, universali. Nominiamoci e nominiamoli strategicamente, essendo coscienti che il linguaggio è un’arma coloniale ma ricordando, altresì, che il linguaggio è il nostro unico spazio di esistenza.

Non siamo soltanto al cospetto di una storia della dissidenza, ma di fronte ad una ricostruzione che ci spiega in quale momento i nostri corpi, i nostri desideri, le nostre reti affettive e le nostre vite sono diventate abiette. In quale momento siamo scomparsi e continuiamo a sparire dalla storia, dal linguaggio, dalle narrazioni. E perché.

Siamo, allora, di fronte ad un qhip nayra aymara (ndt. in lingua aymara, uno sguardo all’indietro) che fa emergere, negli incavi vuoti dei nostri occhi, le assenze delle nostre antenate che ci donano il presente attraverso il passato. Che segna nel tempo il momento concettuale di un olocausto primigenio che ha invaso l’Europa e si è propagato in Abya Yala (ndt. America nelle lingue indigene). Che segnala le forme e gli strumenti con i quali i vincitori della battaglia per il controllo dei corpi hanno fondato un nuovo mondo e creato, allo stesso tempo, la dissidenza. Da quei fuochi, siamo nati lesbiche, froce, trans, maschiacce  e puttane: le categorie politiche che parlano dei nostri corpi, delle nostre sessualità e dei nostri obblighi, sì. Ma che dimostrano, soprattutto, le nostre forme perverse e inappropriate. Il nostro soggetto politico è la stessa dissidenza.

De-leggere la storia unica. Come gli uominibianchi® ci hanno rovinato (e rovinano) la vita.

La scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie spiega in una videoconferenza intitolata “I pericoli della storia unica” che, durante la sua infanzia in Nigeria, leggeva libri per bambini anglosassoni pieni di personaggi biondi, con occhi azzurri, che giocavano sulla neve, che mangiavano mele e che raccontavano la gradevolezza dei giorni assolati. All’età di 7 anni, quando anche lei iniziò a scrivere per gioco, le sue storie erano piene degli stessi personaggi, nonostante vivesse in Nigeria, dove non c’erano neve né mele ma manghi e molto sole, ragione per cui mai nessuno parlava del tempo giacché non c’era molto da dire.

I libri, i racconti, non solo rendono la realtà ma la costruiscono, ci costruiscono: rendono la nostra immagine e ne generano altre in cui specchiarci e capirci, nominarci, gestirci. E attraverso cui scompariamo. La storia unica schiaccia la memoria e la riduce ad un solo prisma: il prisma dei vincitori, non soltanto delle battaglie, ma dell’epistemologia. I soggetti con diritto alla memoria, con diritto alla narrazione e all’essere narrati in un mondo-concorrenza, mondo-guerra, che sa soltanto costruirsi dall’opposizione binaria, che ci impedisce di formarci, relazionarci oltre il sì o il no, il sopra o il sotto, il noi o il voi. Mostrare le realtà ed esperienze subalterne non è negare le altre, ma mettere in discussione la loro egemonia per costruire il caleidoscopio della memoria che rappresenta noi tutt*.

Evans recupera, dai massacri dei templi di Iside e Diana, dalle persecuzioni di gnostici/che e pagan*, dalle ceneri dei roghi dell’Inquisizione, la molteplicità di amori simultanei, le pratiche orgiastiche dei sabba, il piacere contingente dei corpi, gli organi mutabili, scambiabili, di sessualità diffuse, di piaceri comuni e comunitari, di carne che rappresenta presenza e non spogliazione.

Recupera la memoria di forme di vita oltre la forma che è diventata unica, quella giusta, quella legale, quella possibile: la sottomessa, sminuita e misera sesso-affettività egemonica. Come scrive Evans, questo libro è il racconto di “come gli uomini bianchi eterosessuali siano riusciti ad avere il controllo delle nostre vite”.

Witchcraft and gay counterculture recupera i corpi abietti che la storia egemonica ha sepolto nei fossi e che il presente industriale ha intrappolato in una strana piroetta di significato. Corpi che, se in qualche caso sono stati dissepolti, sono caduti nuovamente schiacciati sotto il peso della porporina delle carrozze del Pride, del rumore fragoroso delle crociere glamour, dei quartieri in, della musica chic, dell’invisibilità di ogni dissidenza che non sia rappresentata da uomini etero, bianchi, middle-class ed età media, muscolosi, splendidi e trendy. Gli uomini bianchi eterosessuali hanno trovato un alleato prezioso negli uomini omosessuali bianchi. Quelli che non sono gentaglia perché non lo sono mai stati. Quei maschi piumofobi che disprezzano le pazze. Quelli che sono transfobici, misogini, maschilisti, classisti, razzisti, grassofobi. Quelli che non ammettono froci al loro fianco, che fanno sparire le lesbiche dai loro discorsi, che ci negano il test di Aids nei loro sportelli e kit. Quelli che, secondo le parole di Evans, “sono una massa di conformisti imitatori della mascolinità, meticolosamente insaccati in blue-jeans (…). Il liberismo gay ha esortato gli uomini gay ad imitare l’atteggiamento dei professionisti etero che aspirano all’ascesa sociale”.

Quegli uomini gay che, dalla richiesta continua di perdono al capo per la loro esistenza, sono diventati eterni aspiranti alla condizione di uomini etero che scopano con eterne pantomime di uomini etero.

L’enunciazione strategica è uno strumento per resistere, per creare da altri punti di vista. Se abbiamo intrappolato un concetto, svuotandolo di senso, o di quel senso che ci aiuta a identificarci, liberiamolo. Se un termine diventa oppressivo, se ci rende invisibili, se ci impedisce di crescere, di essere in contatto, se ci ruba l’allegria, disfacciamocene. Quarant’anni, 10.000 km e due lingue separano il “gay” che ha scritto Evans dal “gay” che leggo io. Il mio è una parola prigioniera che non include le lesbiche, e neanche i trans né, ovviamente, i froci. Che non include i vecchi, i grassi, gli storpi. I gay non sono sudacas (ndt. in gergo, dispregiativo di sudamericano), né negri, non sono rinchiusi nei CIE ma sono lì, impegnati nei party della moda. Nei CIE rinchiudono  froci, pazze, trans. Socrate non andava agli after, ma nei CIE. Il Socrate che Evans rivendica è quello che è stato giustiziato per aver abusato dei giovani nell’anno 399 a.c. Il suo Socrate, come il mio, non era gay: era frocio, come Giovanna d’Arco non era gay, ma trans e la sua fidanzata, La Rousse, era una butch di tutto punto, ostessa per giunta. Evans non traccia una storia LGTB ostaggio del capitalismo rosa e delle leggi di egualitarismo sfortunatamente sopito. Quello che rivendica è una storia della gentaglia, una narrazione storica che ci dia un passato, che ci dia una memoria e che ci permetta di recuperare, ancora una volta, le nostre identità dissidenti prigioniere.

De-leggere lo scientificismo. Per una storia decoloniale della magia.

« Pur avendo bisogno della magia, in fondo abbiamo una vita che si potrebbe sviluppare interamente nel segno della vera magia »

  1. Artaud. Il teatro e il suo doppio

Evans rivendica una storia della gentaglia e una storia della magia. Una storia magica della gentaglia. Ma la magia, allo stesso modo che la dissidenza sesso-affettiva, è stata relegata alla semplice prestidigitazione: a conigli nei cilindri e a carte truccate. Estrapolare i corpi delle nostre antenate dai fossi include il loro riscatto dall’epistemicidio (ndt. riferito all’annientamento culturale indigena) che ha accompagnato il genocidio dei loro corpi.

E’ il recupero della loro conoscenza e renderla presente, togliere alla scienza il potere di pensare per noi, di decidere per noi come e cosa sentire, zittire l’onnipresente ultima parola in tutto, farla tacere, metterla in orizzontale a dialogare con i restanti saperi, le altre esperienze, emozioni, propositi.

Recuperare la magia è recuperare il corpo, sottomesso ad un cervello che abbiamo creduto indipendente, che abbiamo confuso con un disco fisso. Mettere il tangibile e l’intangibile nuovamente in dialogo, i pensieri, le intuizioni, le sensazioni e le conclusioni, le identità ed i fluidi.

Recuperare noi stess* come corpi desideranti, sognanti, gaudenti, generosi, espansivi, attenti, sbavanti, sudanti. Recuperare il sesso a squarciagola, la vita a squarciagola, l’amore a squarciagola; recuperare il pianto a dirotto, l’esistenza come convulsione, il divenire come spasmo, come emozione.

Anelare la commozione.

Anelare la vita. Irradiare, esalare vita.

Anelare l’ansia stessa della vita.

 

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Note: le madri e i padri non citati e partecipi di questo testo sono Silvia Rivera Cusicanqui, Boaventura de Sousa Santos, Ramón Grosfoguel e Silvia Federici, in rappresentanza di molt* altr*.

 

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