Cosa fa di un bianco, un bianco?

Mi mancano poche pagine per finire la lettura di Valeria Ribeiro Corossacz, Bianchezza e mascolinità in Brasile, quando dai social network mi travolge la notizia dell’uccisione di Emmanuel Chidi Namdi per mano  fascista. Tra i numerosi articoli sull’accaduto che oggi scorrono sulla mia home, ad un tratto un post di Federico Zappino mi richiama immediatamente una delle domande fondanti la ricerca etnografica che sto leggendo: Cosa fa di un bianco, un bianco?

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Bianchezza e mascolinità in Brasile. Etnografia di un soggetto dominante è una inchiesta basata sui racconti biografici di un gruppo di uomini bianchi di classe medio-alta di Rio de Janeiro, con l’obiettivo non tanto di indagare un soggetto per così dire esotico, quanto di offrire elementi per una riflessione sulla bianchezza, un termine ancora così poco conosciuto e usato in Italia, nelle sue intersezioni con il genere e la disuguaglianza di classe.  Il metodo intersezionale, che generalmente non viene applicato all’analisi di gruppi privilegiati, viene qui invece impiegatp a perimetrare e definire una categoria strutturalmente privilegiata, in Brasile e non solo: quella del maschio bianco, di classe sociale medio-alta. Dunque, è un fatto che questa ricerca è stata svolta in un contesto ben preciso, con delle sue specificità, quali il passato coloniale, la valorizzazione del meticciato come tratto nazionale e, per converso, il branqueamento, cioè la valorizzazione del bianco, come norma che incarna la modernità e uno status il cui potere è reso invisibile. Ma, d’altra parte, la bianchezza, come  la nerezza, hanno smesso da tempo di indicare meramente il colore della pelle, per passare a definire i processi di classificazione dei rapporti di potere e di dominio, dentro i quali la bianchezza si pone come referente normativo sulla base del quale vengono circoscritte le alterità, le cosiddette differenze. Tanto più questo accade in Italia, dove il colore bianco della pelle è ipso facto dominante, una sorta di dato auto-evidente, che, in quanto tale,  rende decisamente  difficile dare una risposta alla domanda: cosa fa di un bianco, un bianco?

Fermo restando che la bianchezza non è mai una categoria omogenea, ma è a sua volta determinata da altre variabili, quali il genere, l’orientamento sessuale, le condizioni materiali di vita, la (dis)abilità, l’età –e l’elenco potrebbe andare avanti – è anche vero che la bianchezza ha senso non di per sé, ma in un quanto parte di un sistema strutturato sul e dal razzismo. Come dire, sono bianc@ perché esistono il nero, il giallo, il marroncino in quanto gruppi minoritari a permettere che la mia supposta e indicibile trasparenza acquisti un colore. Allora, combattere il razzismo significa per un verso nominare la bianchezza, ma soprattutto integrarla nei meccanismi sociali del razzismo e, da lì, da dentro, e non fuori quei meccanismi,  metterla in discussione. Parlare di razzismo concentrandosi solo sulle vittime, in realtà corrisponde ad una produzione continua di vittimità che non sfiora nemmeno i rapporti di potere e di dominio che alimentano il razzismo stesso. E’ lo stesso fenomeno che si mette in moto quando, pur dichiarando di voler combattere la violenza di genere, si diffonde una narrazione mediata da occhi gonfi, bocche cucite, donne pestate e/o raggomitolate, inermi, sul pavimento. Trattasi, in entrambi i casi, di produzione di vittimità.

Lo stiamo vedendo nel caso di Emmanuel: tutto il discorso pubblico è sbilanciato sul richiedente asilo che sfuggiva dalla Nigeria e dai terroristi di Boko Haram, sulla moglie in lacrime e sul sogno infranto di una famiglia felice.

emmanuel e consorte

Le immagini ci riproducono lui e lei sorridenti, due figure rassicuranti e innocue nel chiarore degli abiti nuziali, mentre nel caso dell’assassino non ci viene detto molto di più del fatto che era un ultras, già sottoposto a Daspo, alcune testate accennano “di estrema destra”, tutti, o quasi, evitano di nominarlo chiaramente per quello che era, cioè un fascista. Il discorso pubblico è dunque tutto spostato sulle vittime e omette completamente di indagare la bianchezza, lo ripetiamo, a scanso di equivoci, non in quanto colore della pelle, ma in quanto posizione sociale di un gruppo dominante.

Per concludere con le interviste di Valeria Ribeiro Corossacz, quello che emerge è uno strano equilibrio tra la consapevolezza della propria condizione di privilegio e allo stesso tempo la sua negazione come dato sociale che condiziona la vita degli Altri. (p.57). […] Questo atteggiamento permette agli intervistati di non sentire una complicità individuale con il sistema che comporta il privilegio, ossia con il razzismo, ma di vedersi in una posizione passiva, anche quando ci si riconosce in una posizione di privilegio (p.69).

E ora torniamo alla domanda iniziale: cosa fa di un bianco, un bianco?

Leggi anche la recensione di Federico Zappino su alfabeta2

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