White god. Sinfonia per oppressi di ogni specie

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Per Balto e Tobia, che mi hanno insegnato a comunicare con gli occhi, le orecchie e la coda e che ogni giorno mi aiutano a costruire relazioni transpecie

Pezzi di carne e sangue, macellerie e macellai ovunque. Il cadavere di una mucca squartata e sezionata per l’ultimo verdetto, si va bene, è adatta per il consumo umano, il sangue che macchia sia il candore della camicia del veterinario sia il pelo dei cani da combattimento, le ginocchia sbucciate di una ragazzina caduta dalla bicicletta.

Sono i corpi che non contano ad occupare la scena in White God, Sinfonia per Hagen, di Kornél Mundruczó, vincitore del premio un Certain Regard a Cannes nel 2014. Corpi che non contano in una società sottoposta al potere disciplinante di un dio bianco fatto a immagine e somiglianza di quell’uomo bianco che, nelle parole del regista, ha dimostrato innumerevoli volte che è solo capace di dominare e di colonizzare. Così il cane, da una prospettiva evidentemente antispecista, diventa per Mundruczó il simbolo dell’eterno emarginato, il bastardo, il bandito dallo spazio socialmente condiviso, che proprio da questa sua condizione di marginalità e di oppressione prende forza per sovvertire un ordine sociale basato con violenza sulla selezione della specie, della razza, ma anche del genere, dell’orientamento sessuale o dell’abilità.

La macchina narrativa è messa in moto dalla tassa sui cani meticci che, per  Volontà del Padre, separerà Hagen da Lily, adolescente taciturna, solitaria, continuamente vessata dagli ordini di un padre smidollato e insignificante, a cui non rimane che farsi forte del ruolo che la società gli assegna, e di un maestro di musica algido, perfezionista e tiranno. Ma questo è solo l’asse narrativo principale, da cui si dipana una fitta rete di nodi politici che denunciano la violenza che il dio bianco esercita attraverso le svariate incarnazioni dei dispositivi di specie/razza/genere. Costretta ad abbandonare il cane e ad obbedire agli ordini, a modellare il suo corpo acerbo dentro una triste divisa da compìta musicista, quando ormai sembra essersi arresa all’addomesticamento,  god le si manifesta nel suo contrario, dog. Così Lily si libera delle scarpette nere a punta con il tacco e torna ad indossare le sue scarpe da tennis bianche e la sua felpa con il cappuccio per montare in sella alla bici e percorrere una città desertificata, apparentemente a causa del branco di cani in rivolta. Piuttosto, la città non è mai stata uno spazio neutro o neutrale, né per Lily, né per Hagen, né per coloro che non possono vantare un pedegree certificato dall’uomo bianco, il quale stabilisce le regole e costruisce gli spazi, ergendosi a misura di tutte le cose. La città non è uno spazio aperto e sicuro né per bastardi senza documenti, né per ragazzine che vagano da sole in bicicletta. Gli uni vengono accalappiati e rinchiusi in strutture apposite – canili se si tratta di non umani, ma potrebbero chiamarsi CIE, campi profughi, carceri, per gli umani – le altre, nella migliore delle ipotesi, vengono accompagnate in questura e riconsegnate alla potestà dei padri. Ma quando i corpi che normalmente non contano rompono gli sbarramenti e rovesciano i rapporti di forza, la città, quella stessa città che li contiene e li violenta, addestrandoli all’abbrutimento, si svuota, si barrica e si manifesta per quel deserto di relazioni e di vita qual è.  Ed è allora che Lily si libera dalle costrizioni, siano esse le scarpette con il tacco o i divieti del padre e del maestro di musica, per scivolare in quelle strade attraversate da un branco di reietti, oppressi come lei, assetati di vendetta.

Il film, con il suo finale aperto, senza indugiare sulla tenerezza cui le storie di cani e bambine/i ci hanno abituato, è una sinfonia di emozioni innalzata alla rivolta degli e delle oppressi/e, la sola che possa obbligare l’uomo-dio bianco a deporre le armi e a sdraiarsi al suolo, per affrontare, sullo stesso livello, lo sguardo dell’oppress@, a qualsiasi specie, razza, genere ess@ appartenga.

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