Aprire amori, chiudere frontiere?

Viviamo in un sistema che ci dice che l’arrivo dell’altr@ non è mai una buona notizia, che l’altr@ non ha il diritto di esserci.
Il pensiero monogamo e la xenofobia condividono la paura dell’alterità

revolution

Un pezzo di Brigitte Vassallo pubblicato da Pikara magazine in occasione di San Valentino. Poiché la data, in qualche modo, impone che si parli d’amore, Vassallo coglie l’occasione per “ricordare le implicazioni profonde che comporta l’affermazione del personale come politico e domandarsi fino a che punta arriva il nostro pensiero critico sull’amore.”

Nella traduzione, si è scelto di rispettare la volontà dell’autrice che usa sempre il femminile, anche quando parla di “un altro”, che non è mai un soggetto neutro, né, tanto meno, può avere la pretesa di assurgere a maschile universale. Buona lettura

Il pensiero monogamo

La monogamia non riguarda i numeri, non riguarda la quantità. Se la pensiamo così è per un errore dell’antropologia (eurocentrica ed androcentrica) che l’ha definita in opposizione ad altre forme di relazione senza mai mettere a fuoco le dinamiche, ma solo la quantità delle persone coinvolte. Da questa base affermiamo che la monogamia è costituita da due persone e la non-monogamia da più di due (a meno che siano musulmane, che allora già gli diamo un altro nome e non suona male). 

Da questa cecità causata dalla quantità perdiamo di vista che la monogamia non è una pratica, ma un quadro di riferimento, la cornice della monogamia appunto, e un sistema di pensiero: il pensiero che opera tanto nella vita privata quanto nelle relazioni di gruppo. Un pensiero monogamo che governa gli amori e governa le frontiere.

Di tutta la costellazione di idee che operano nel pensiero monogamo, ce ne sono due che si riferiscono tanto all’immensa difficoltà di avere relazioni sessuali e affettive multiple quanto alla violenza che stiamo agendo, come società, a ciò che definiamo alterità e tra le altre cose, alle persone rifugiate e migranti: la paura, il terrore della perdita e il riflesso difensivo della esclusione.

Costruiamo coppie in una maniera identitaria, con delle frontiere chiuse ed ermetiche. Siamo coppia, non stiamo in coppia. Questa costruzione, lo sappiamo, risponde anche alla necessità di un rifugio di fronte ad un mondo impietoso: dal rifugio economico di fronte al capitalismo selvaggio fino al rifugio emotivo di fronte all’immenso supermercato degli affetti in cui viviamo, passando, tra le altre cose, per il rifugio sessuale di fronte alla ipersessualizzazione strumentale dei corpi usa e getta e, parallelamente e paradossalmente, di fronte alla penalizzazione della sessualità ( il monosessismo, la castrazione del desiderio non normativo, il castigo della sperimentazione, la puttanofobia…)

E così, a forza di vivere cercando un rifugio, abbiamo perso di vista quale era il pericolo da cui stavamo fuggendo. Se era la solitudine, le relazioni esclusive non ci proteggono, ma questa stessa esclusività impone un regime gerarchico su tutte le altre possibilità di relazione che rimangono in minoranza, in secondo piano, nel migliore dei casi. Se il pericolo è il venir meno di un vincolo, non è l’ esclusività che garantisce il vincolo o la sua permanenza, ma l’impegno medesimo, che può includere altri affetti, come l’amicizia o la cura. La paura della perdita non si risolve chiudendo le frontiere per evitare l’arrivo di questa alterità minacciosa, perché le frontiere sono a mala pena un muro ignifugo che non si tiene in piedi per molto tempo. La paura della perdita si risolve spegnendo il fuoco. Disattivando la minaccia. Disattivando l’idea dell’alterità come minaccia.

Stiamo parlando, allora, di amori o stiamo parlando di stati? Stiamo parlando di vita, del modo in cui ci posizioniamo nella vita, del modo in cui il pensiero monogamo, basato sull’esclusività e sull’esclusione, ci attraversa interamente, dal privato, al gruppo, al comune.

La possibilità di relazionarci a partire da dinamiche non monogame ci libera dalle catene del panico per l’alterità. Quest@ altr@ che viene a rubarci la nostra tranquillità, il nostro benessere, la nostra quotidianità, il nostro comfort, la nostra sicurezza. Che viene a competere con noi e a toglierci la centralità, il privilegio ed il potere che ci conferisce la centralità. Che viene a metterci in pericolo. E così tiriamo fuori il peggio di noi. Come afferma la cultura popolare, in amore e in guerra tutto è lecito. E ogni mezzo va bene: il combattimento, l’attacco, la violenza e l’ auto-violenza. Come si arriva ad assassinare la partner o la ex sotto i morsi della gelosia? Come si arriva ad ammazzare l’altr@? come ci autolesioniamo per amore o disamore? Come ci infliggiamo tanta violenza o come accettiamo tanti maltrattamenti con la scusa dell’amore?

Quest@ altr@ che viene a distruggerci la vita sono anche le rifugiate e le migranti, che vengono a ostacolare la nostra tranquillità, a mettere in pericolo la nostra pacatezza, le nostre buone maniere, le nostre buone abitudini, la nostra cultura, la nostra identità, la nostra ricchezza, il nostro stato di benessere… e in questa guerra, come in amore, tutto è lecito. L’infamia di confiscare i loro oggetti “di valore” come sta succedendo in Danimarca (misura cui dovremmo rispondere immediatamente con un boicottaggio implacabile dei prodotti danesi), la brutalità di sparare loro mentre naufragano come fa lo stato spagnolo alla sua frontiera meridionale, o di burlarci di loro morti, inclusi i loro bambini morti, in nome di una libertà d’espressione che non è niente di più che la stessa brutale violenza esercitata attraverso i mezzi di comunicazione, per fare alcuni macabri esempi.

E’ chiaro che non tutte ammazziamo le nostre amanti, né tutte spariamo alle frontiere. Però il sistema sta lì e ce l’abbiamo incrostato in tutte le trame della nostra vita. Ed è un sistema che ci dice che l’arrivo dell’altr@ non è mai una buona notizia, che non ci porterà mai nuove energie, nuove conoscenze, punti di vista nuovi, vincoli nuovi, non ci renderà mai migliori, né più felici, né più reali, né più luminose, né più allegre. Un sistema che ci dice che l’altr@ non ha diritto a esserci.

Nell’Europa della decadenza, del capitalismo selvaggio, dei mercati signori e padroni, della troika, dell’impoverimento, delle espulsioni, della violenza contro una popolazione sempre più alle corde, della cultura hipster del rimaneggiamento e del vintage, ci siamo fermati a pensare quante nuove possibilità di resistenza contro la brutalità del mondo portano con sé queste rifugiate? Quante alleanze si stanno perdendo?

Quante possibilità di creare vincoli stiamo facendo saltare in aria, per oggi e per i secoli a venire? Quando riusciremo ad intravedere, inorridite, anche l’epistemicidio perpetrato in quella che oggi chiamiamo America, tutte le forme di conoscenza che si sono perse, che abbiamo sterminato, insieme alle vite e alla memoria di queste vite? Siamo coscienti di quello che stiamo dicendo, a livello di pensiero e di conoscenza, di cultura, quando diciamo Siria? Anche solo dicendo Siria, capiamo la dimensione di quello che stiamo dicendo?

Rompere la monogamia delle frontiere

Rompere la monogamia è, principalmente, far saltare in aria le frontiere, farle saltare in aria consapevoli del fatto che sono un mero artificio di distruzione, di repressione, di odio, di paura. Le frontiere non ci proteggono, ma creano il pericolo. Il fantasma stesso del pericolo. Rompere la monogamia è generare nuove forme di relazione: non moltiplicare le stesse forme, ma farle esplodere per creare nuove forme di vincolo basate sull’inclusione, sul diritto e sulla necessità di esserci, di vivere, di appartenere, di costruire, di coltivare insieme.

La sfida, per noi che ci definiamo poliamorose, che ci definiamo non-monogame, è elaborare un nuovo senso del vincolo e un nuovo senso della libertà che sfugga agli artigli del neoliberalismo, che riprenda coscienza dello stare nel mondo, della mescolanza, del meticciato, della contaminazione incrociata con la potenza di vita. Un senso del vincolo che ci riconosca sminuite senza la presenza di quest@ altr@ che ci rifiutiamo di pensare come minaccia e che vogliamo come compagna da cui apprendere e da includere nella nostra vita, nel nostro mondo.  Quest@ altr@ che in concreto si materializza nei corpi e nelle vite delle amanti, delle rifugiate, delle migranti.

 

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