La ragazza nuda usata come arma

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Traduzione collettiva con Agnes Nutter, Jinny Dalloway, Silvia Bauer, di un’analisi sull’uso della nudità come arma a fini reazionari, con particolare attenzione ai casi emblematici delle neonaziste Femen, delle filo-americane Pussy Riot e di Molly Crabapple, (per fortuna) misconosciuta in Italia.  L’originale, lievemente abbreviato nella parte inziale, qui. Buona lettura.

I media che consumiamo oggi vengono manipolati tanto cinicamente quanto quelli di un centinaio di anni fa: sono usati come armi contro la popolazione, ma adesso adottano nuove tecniche di marketing per vendere, promuovere e difendere l’imperialismo e il capitalismo. Questo non implica che non siano presenti ancora vecchie tecniche – esistono ancora corruzioni palesi come accettare soldi o regali – ma altre strategie non sono state ancora bene esaminate, né accuratamente condannate. Mentre sesso e razza sono ancora comuni come sempre nel culto di imperialismo e capitalismo da parte dei media, le nuove strategie neoliberiste di atomizzazione e del culto dell’individuo danno ai vecchi tropi della manipolazione una mano di vernice fresca.

Viviamo in un’epoca di cambiamento continuo. Il vecchio modello di un “creatore” o artista –una persona che fa una cosa bene e dipende dalle istituzioni di sostegno- sta cadendo nel dimenticatoio. Il soggetto “creatore” del futuro è un mutante trans-disciplinare super-connesso: impegnato ed intellettualmente ribelle. Molly Crabapple ha creato tutto, dai manifesti di Occupy Wall Street al giornalismo culturale in paesi che crollano fino a murales sulle pareti delle discoteche più esclusive del mondo. Porta sul palco un talk energizzante che non-fa-prigionieri e che parla di come i “creatori” – tutti – possano creare la propria vita basandosi sui propri progetti, senza chiedere il permesso.

(Il corsivo è mio, da Lanvin Agenzia).

L’atomizzazione è l’isolamento di una persona dalle sue “istituzioni di sostegno”, il che significa, essenzialmente, non solo allontanarla dagli altri esseri umani, ma anche dai modi tradizionali di lettura e di percezione della conoscenza, attraverso la storia ed il ragionamento dialettico. L’individuo atomizzato è “intellettualmente ribelle”, tagliato fuori dalla possibilità di ragionare correttamente e confuso da parametri costantemente mutevoli, che si basano sul loro stesso ambiente atomizzato e manipolato per analizzare efficacemente la realtà.
Una strategia vecchia come il mondo è quella di riuscire a creare nelle persone la sensazione di aver avuto loro l’idea con cui opprimono se stesse. La mano di vernice fresca ora è quella di rendere ognuno in grado di rapportarsi alla propria oppressione in un modo intimo, ego-modellato. La decisione del singolo – una volta scelta l’oppressione, ovviamente – è una decisione sacra; il loro ragionamento e le loro motivazioni sono private ed autonome. Gli oppressi sono oppressi, che lo scelgano o meno, ma la propaganda incoraggia gli oppressi ad accettarlo in ogni caso, perché rende le cose più facili per il dominio ed atomizza la società più velocemente.

Anche l’imperialismo vuole inviti per consiglieri militari, accordi commerciali ed investimenti esteri diretti. Le guerre e le battaglie possono essere sgradevoli. Di solito è preferibile, sia moralmente che a rigor di logica, che siano gli oppressi a chiedere la loro sottomissione, che loro stessi la sostengano. Allo stesso modo, il patriarcato cerca di sottomettere tramite invito. Alle donne viene detto che in realtà il patriarcato ha solo le migliori intenzioni e che la donna può facilmente ribaltare da sola il patriarcato così che esso “lavori per lei”. In tal modo possiamo paragonare la donna che vede la pornografia violenta come un fattore di potere per sé, alla nazione che vede la monocoltura basata sui mercati imperialisti come un fattore di potere per sé. Secondo questo paradigma noi, il pubblico, siamo costretti a credere che, se sono loro a chiederla, dobbiamo rispettare la loro agibilità politica. I sistemi di oppressione, tuttavia, non scompaiono solo perché sono in qualche modo passivamente (o attivamente!) accettati dagli oppressi. In effetti i sistemi preferiscono l’acquiescenza degli oppressi più che il conflitto. Pe questo è così importante sentirci dire che le donne amano essere prostitute* e che i paesi in via di sviluppo sono molto più felici sotto il capitalismo. In molti casi questo funziona come una sorta di scudo per l’oppressione – è una loro scelta, dopo tutto! – E noi dobbiamo rispettarla. E se non è una loro scelta, beh, allora di certo la NATO avrà a cuore i loro interessi di individui. Un discorso sull’imperialismo si trasforma con successo in un discorso sull’agibilità politica.

Tutto questo non è solo uno strumento efficace per l’atomizzazione, è anche una scaltra strategia di marketing per l’oppressione. Nei limiti di questo saggio, mi accingo a scrivere principalmente di come le tecniche di marketing imperialista corrompono nello specifico il femminismo. Mentre le donne che si sollevano contro l’oppressione e l’imperialismo sono spesso escluse dalla piattaforma pubblica, o etichettate come “pazze”, le donne che sostengono l’imperialismo, la misoginia, il razzismo ed il capitalismo sono viste come forti e mentalmente libere. Quando le loro rappresentazioni di quanto sopra descritto vengono attaccate, queste donne, altrimenti “moderne”, semplicemente ritornano di nuovo in ruoli di genere stereotipati e sono mostrate come vittime. Presenterò tre casi di studio di questo fenomeno, che cercheranno di rendere questo collegamento tra il femminismo, i ruoli di genere tradizionali, l’agibilità politica e l’aggressione dell’impero.

Per il primo caso di studio diamo un’occhiata ad un gruppo di donne, cosiddetto “femminista” e moderno: le FEMEN. La strategia di marketing di questo gruppo ucraino è abbastanza semplice da afferrare. Una foto di qualsiasi azione FEMEN di solito comprende una donna bionda mezza nuda, slogan politici scarabocchiati sui seni, il viso contorto dal dolore e la paura dovuta al fatto che un poliziotto o un soldato, in genere un uomo, cerca di bloccarla ed arrestarla. Qui abbiamo un duplice approccio: una prima strategia è che invece di tenere cartelli, le donne usano i loro seni nudi come “armi” (l’espressione è loro, non mia) per convincere una popolazione maschile altrimenti apatica e disinteressata ad acquistare ciò che vendono mentre coraggiosamente compiono questi atti come detentrici della propria agency, presumibilmente in nome di un femminismo atomizzato (quello che io altrove chiamo “postfemminismo”). Tutto questo è davvero molto simile alle strategie di marketing che cercano di utilizzare la sessualità femminile e possiamo vedere esempi di questo ovunque, dai convegni ai saloni d’esposizione. Le Femen sono rese più forti dall’utilizzo della propria sessualità per vendere la loro politica, ma allo stesso tempo si inchinano cinicamente ai ruoli di genere tradizionali. La seconda parte della strategia di marketing è quella di includere di solito la polizia. Le loro mani tastanti mettono queste belle signore bionde in pericolo. Sono come artigli che ghermiscono la loro carne esposta. Come in King Kong, queste donne sono generalmente presentate come impotenti contro i loro aggressori, sospese a mezz’aria tra le zampe rossastre del nemico che cerca di distruggere tutti noi. Le immagini stuzzicanti di  donne bianche, attraenti e seminude ci strizzano l’occhio: esse offrono la loro politica sul loro seno in modo da fare appello alla cosiddetta natura “animalesca” degli uomini, i quali apprezzano le scelte forti di queste donne e sono arrabbiati che un altro uomo le contrasti.

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Di sicuro, poiché ho vissuto sia in mondi in cui le donne indossano molto poco o un bel po’ per promuovere la loro sessualità,nessuno dei due approcci mi offende. Ma sono estremamente critica su un punto: quando vedo la sessualità usata come un’arma per battere non solo la Russia ma tutti noi, per schiacciare la discussione e promuovere l’acquiescenza incondizionata in nome dell’agibilità politica, del femminismo e della liberazione sessuale. L’immagine di seni bianchi afferrati dalle mani oscure della violenza di stato – come si può discutere tranquillamente di questo senza muoversi in un campo minato?

Non mi ha sorpresa scoprire che il gruppo FEMEN sia rappresentato da un viscido neo-fascista ucraino o che abbia collegamenti con Svoboda e con il denaro sporco americano. Non mi ha sorpresa vedere le FEMEN ritratte in posa vicino alla Camera del Lavoro incendiata a Odessa durante il brutale linciaggio di attivisti rossi e di sinistra.

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Odessa: la portavoce delle FEMEN, Ievgeniia Kraizma, fa un saluto in segno di vittoria mentre 40 persone vengono linciate e muoiono carbonizzate dietro di lei nel maggio 2014.

Ciò che mi ha sorpresa è come abbiano evitato, finora con successo, che il marchio FEMEN e le loro tattiche fossero smascherati come un’impostura fascista. Immagino che molti dei miei compagni maschi, e alcune tra le femmine, si sentano a disagio a discuterne, poiché a molti di noi (da buone persone di sinistra) è stato inculcato che non si discute su come una donna dovrebbe manifestare la propria sessualità. La retorica dominante sulla libera scelta delle donne mi impedisce di rivolgermi ad una donna mezza nuda e puntare il dito contro le sue pose reazionarie. Farei la figura di quella bigotta oppure invidiosa della sua bellezza. Non sono in grado di dire se queste donne stessero manifestando la loro autentica sessualità partecipando a queste azioni. Non ci sono mai stata a letto insieme, non conosco il loro profondo sentire. Posso solo vedere con chiarezza come i loro corpi, la loro pelle nuda, siano usati come arma a fini reazionari. Come donna, questa strategia di marketing mi disgusta – una strategia per vendere imperialismo, patriarcato e razzismo. È una strategia che sfocia in un’approvazione acritica da parte di tante persone mentre a Odessa i militanti rossi vengono bruciati vivi.

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Inna Shevchenko, leader delle Femen, sfila orgogliosamente con i neonazisti

In un certo senso, lo spettacolino delle FEMEN ha molto in comune con la pornografia nazista: la donna rappresenta contemporaneamente disponibilità sessuale e valori tradizionali ed è anche minacciata da un oscuro e barbaro ‘Altro’. La differenza principale, qui, è che la donna in sé è ora un’individua. Non si tratta solo del suo corpo che deve essere protetto dalle orde barbariche; è anche la sua scelta di mostrarsi come vuole a dover essere difesa. I motivi per cui sceglie di mostrarsi in un dato modo sono i suoi e suoi soltanto – se lei ritiene di opporsi alla cultura dominante in questo o qualunque altro modo, a noi non è dato metterlo in discussione, altrimenti siamo quasi peggio degli sbirri che mettono loro le mani addosso. In questo modo si previene qualunque  critica alle loro strategie o ideologie.

Un altro esempio della messa in pratica di questo paradigma è il gruppo russo Pussy Riot. Quello che era iniziato come un collettivo artistico di tipo anarchico in Russia, con scopate in pubblico, provocazioni sessuali contro le donne e profanazione di luoghi sacri, è divenuto presto una cause célèbre per organizzazioni-spia come Amnesty International e Human Rights Watch. Sono state venerate da portavoce non ufficiali di Occupy per il loro essere insieme sexy e intellettualmente ribelli, le loro facce imbronciate sono state immortalate mentre venivano trascinate a forza in un campo di lavoro. Dopo il loro rilascio anticipato, avendo diritto ad un indulto riservato alle madri (oddìo, che idea!), hanno fatto un tour per le prigioni americane, con squallidi incontri con Bill DeBlasio durante i quali hanno parlato di come si potrebbero migliorare le carceri russe, magari per somigliare di più a quelle negli Stati Uniti, dove il tasso di incarcerazione non ha precedenti storici.

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Com’è ovvio, mentre le Pussy Riot si godono un’accoglienza da rockstar negli Stati Uniti, non si può dire lo stesso nella Federazione Russa, dove la maggior parte della popolazione pensa che queste bellissime giovani meritino una punizione. In effetti, una svolta nella storia che viene raramente riportata è che le due donne che vengono più spesso mostrate come rappresentanti delle Pussy Riot, Nadezhda Tollokonnikova e Maria Alyokhina, sono state di fatto espulse dal gruppo. Ma ciò è irrilevante per i media statunitensi, che sono i principali manager e promoter del gruppo in Occidente, e che cercano invece di dipingerle come dissidenti che redimono le nostre cattive qualità (la prigione di Rikers Island, etc) attraverso i loro occhi onesti e qualificati. Non possiamo ottenere la medesima redenzione da Chelsea Manning, che ora marcisce in prigione da quattro anni senza alcuna speranza di amnistia, poiché le sue azioni non sono servite ad espandere l’impero quanto piuttosto ad esporlo e a distruggerlo. L’incarcerazione disumana di Manning non viene vista con la stessa preoccupazione da ‘compagni di lotta’ mostrata per le Pussy Riot, le quali una volta libere e prosciolte da ogni accusa hanno posato per Vanity Fair a New York. Nonostante la loro forza d’animo e il loro coraggio nel rischiare la vita (!) per fare sapere la verità sulla Russia di Putin, le Pussy Riot restano delle fragili e dolci ragazze che necessitano di essere salvate.

Ed è qui che la sessualità femminile è utilizzata con maggior successo contro il pensiero critico. Se leggiamo le obiezioni come rivolte ai corpi in sé, anziché rivolte ai sistemi di potere che essi rappresentano in tensione gli uni con gli altri, siamo di fatto ridott* al silenzio. Leggiamo le critiche a Pussy Riot e FEMEN come se fossero attacchi ai loro propri corpi. Persino le loro azioni vengono messe da parte in momenti di crisi. Questa è misoginia. Nonostante le loro posizioni di destra, il loro acclamare l’imperialismo, queste donne si sono infiltrate con successo negli attuali movimenti di protesta come Occupy Wall Street e si sono attaccate come parassite ad una serie di cause, come quella per la riforma del sistema carcerario, la crisi dei rifugiati, la liberazione LGBT e il processo a Cecily McMillan. Sono entrate a far parte di questi movimenti senza soluzione di continuità, propagando disinformazione e seminando zizzania tra i veri attivisti, il tutto rimanendo relativamente incontestate. Chi critica le loro posizioni è un* “hater” o un* “stalker”, oppure invia loro minacce di stupro.

La nostra nuova classe di giovani opinioniste è l’ultimo esempio di questo fenomeno delle ragazze nude usate come arma. Scrittrici come Molly Crabapple, Laurie Penny e Natasha Lennard sono diventate le nuove icone di un ideale di “controcultura” del femminismo giornalistico. Un veloce sguardo ai curricula di queste donne rivela tuttavia come esse non siano vere attiviste politicamente orientate quanto piuttosto ambiziose icone pop. Laurie Penny si definisce un’allieva di Harvard e una voce femminista per il ‘sottoproletariato’ mentre esulta per gli attacchi NATO in Libia nel 2011; Natasha Lennard liquida l’attivismo antibellico come inutile e noioso; Molly Crabapple è attualmente corrispondente dal Medio e Vicino Oriente, sostiene la necessità di un intervento NATO in Siria e di mercenari armati stranieri, mentre rimprovera la Sinistra che vi si oppone. A riprova del fatto che farsi fotografare nuda non è un impedimento al successo nel mainstream, Crabapple in particolare è riuscita a trasformare con successo la sua impresa di burlesque in una piattaforma di propaganda politica, e viene regolarmente pubblicata su VICE, sul New York Times, e invitata su canali di notizie come la MSNBC per opinare sulle politiche estere nel MENA (Middle East and North Africa, Medio e Vicino Oriente, NdT).

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Laurie Penny e le sue amiche

Mi sono chiesta perché, per scrivere sulla Siria, viene scelta una giovane donna come Molly Crabapple e non una giovane donna come Eva Barlett? Potremmo dire che la risposta è  semplice quanto  Crabapple sostiene l’intervento NATO in Siria e costruisce la tesi interventista “rischiando” coraggiosamente la vita, spingendosi oltre 100 metri il confine siriano per fare reportage sulla necessità che il governo siriano  venga cacciato da forze straniere. Barlett, invece, non è di questo avviso, ma non è d’accordo con questo, ma vediamo meglio cos’è che non la rende qualificata: ha lavorato come organizzatrice regionale per ISM a Gaza, parla arabo ed ha una conoscenza approfondita della realtà locale. Ha fatto da scudo umano per la popolazione palestinese contro le bombe imperialiste. Mentre questa sua conoscenza di prima mano della situazione potrebbe accreditarla presso qualcuno, probabilmente, però, va a suo discredito se volesse lavorare nel campo del  giornalismo professionale, dal momento che questo richiederebbe un livello di “obiettività” che lei chiaramente non possiede più.

Crabapple, d’altro canto, è alla guida un marchio di burlesque in franchise (Dr Sketchy’s) che offre spettacoli imperialisti e razializzati per il piacere di un pubblico prevalentemente maschile e bianco. screen-shot-2014-07-14-at-6-53-56-pm

Ciò, invece di screditarla, la rende gradita a pubblicazioni come VICE, che in fondo è esso stesso uno spettacolo imperialista e razializzato di burlesque. E’ una che si autodefinisce “intrattenitrice mercenaria”  ed “ex ragazza nuda” che sembra ottenere le sue credenziali per fare reportage sulla “rivoluzione” siriana dal fatto di essere una portavoce femminile non ufficiale ed un’artista di Occupy Wall Street.

Questo suo ruolo le ha anche offerto l’opportunità di visitare i campi di prigionia di Guantanamo, dove centinaia di prigionieri, cui sono negati diritti essenziali in quanto esseri umani, stanno attuando al momento uno sciopero della fame di massa. Non è difficile trovare storie di tortura e maltrattamento riguardo Guantanamo, incluso quella di un assassinio  insabbiata dalla CIA, ma queste sono significativamente assenti dai report di Crabapple. Invece lei trascorre la maggiro parte del tempo con le guardie e i direttori del campo di prigionia, descrivendo scenari idilliaci e gli attrezzi che usano per torturare i prigionieri. Descrive Guantanamo come luogo incolto e misterioso, lussureggiante e abbandonato, una specie di set per i film di Tim Burton. Non è più un posto minaccioso, ma soltanto un ricordo un po’ scomodo. Quando una volta, ho chiedto provocatoriamente quale fosse il proposito di questa sua visita, mi è stato risposto con la domanda:” Che cosa  REALMENTE si potrebbe rivelare di un tale viaggio?” Appunto, che cosa? Allora la domanda diventa: perché è stato permesso di visitare un tale degrado dell’umanità a questa donna che non ha mai fatto giornalismo di inchiesta, che ha tralasciato di citare un vero giornalismo di inchiesta nel suo reportage, è stato permesso di visitare un luogo di un tale degrado umano, se non per presentare una versione accettabile e non minacciosa al suo pubblico?

E’ chiaro, allora, che una donna di questo tipo non ha i requisiti per essere considerata una giornalista, tanto meno una “ di sinistra”, sulla base di qualsiasi ragionevole criterio. E’ solo una propagandista della pop-culture, venduta a giovani sinistroidi come accettabile e attraente alternativa a Thomas Friedman. Tuttavia, quando le si rivolgono critiche alla sua posizione o alle sue credenziali, Crabapple si ritira dentro il guscio della vittima. Quell* che la criticano sono “odiator*”, “gelos*” oppure “fissat* con lei [sessualmente]”. I bambini rifugiati palestinesi diventano i suoi molestatori mentre lei coraggiosamente invoca un miglioramento delle loro condizioni, non attraverso la campagna BDS [Boicotta, Disinvesti, Sanziona] o la resistenza armata, ma “in qualche” modo. Allo stesso modo, la “sinistra” la attacca con presunte minacce di  stupro mentre lei sta solo cercando di aiutarli ad avere una più ampia esposizione mediatica. La sua sessualità, in quanto donna, la promuove e la protegge allo stesso tempo. E’arrivata al punto di farsi un autoritratto con le varie frasi di critica dipinte in  faccia – di cui poche erano minacce al suo corpo, la maggior parte erano critiche alla sua politica, ma certamente diventavano un tutt’uno nella sua rappresentazione artistica.screen-shot-2014-07-14-at-7-11-25-pm

Che anche un chiarimento in termini razializzati che  Crabapple ha fornito a questo imbroglio, quando ha risposto ai guadagni che ottiene sfruttando il suo burlesque imperialista:  ha fatto parlare fuori un’artista del suo spettacolo per  sostenere che ciò che veniva portato in scena – donne vestite da selvagge in abiti “tradizionali” con dei tamponi nelle orecchie, che si ammazzano l’una l’altra per il piacere sessuale del pubblico – era in realtà una satira sottile o un’ analisi critica del razzismo e dell’ imperialismo in sé.
La stessa Crabapple non ha voluto rispondere a nessuna mia domanda su questo spettacolo, su come questo genere di cose abbiano fatto crescere il suo marchio e come contribuiscano alla sua visione dell’imperialismo, l’artista che ha presentato, invece, l’ha ringraziata di cuore per l’opportunità di rafforzare stereotipi in un copione scritto da un uomo bianco, sottintendendo che se non lo facesse, questo significherebbe censurare le donne di colore. Questa è stata una sorta di liberatoria aggiunta cinque anni dopo il fatto e soltanto dopo che io ho sollevato la questione. Ancora: ci ritroviamo una narrazione razzista, imperialista, misogina che è giustificata dall’agency, con l’implicazione che disapprovare lo sfruttamento di queste rappresentazioni sarebbe di fatto razzismo o misoginia di per sé. Questo è neoliberalismo all’ennesima potenza.

Il razzismo e la sessualità femminile si utilizzano da tempo per vendere guerre imperialiste. La guerra tra Spagna e America, la mobilitazione del KKK per proteggere le donne bianche dallo stupro, le bellezze costrette a vestire l’hijab dall’ “islamofascismo”, sono tutti l’esempio di ciò. Per ogni caso di propaganda imperialista e guerrafondaia, ti mostrerò una donna giovane e bella in pericolo. E non perché queste donne siano in pericolo a causa di una guerra imperialista, naturalmente. Sono quasi sempre mostrate a sostegno di una guerra imperialista. Il brutale stupro di gruppo di  ragazzine ad opera di soldati americani in Iraq semplicemente non è coperto allo stesso modo dei plotoni dello stupro di Gheddafi carburati con Viagra. Il macabro ricatto del Mossad contro donne e persone LGBT semplicemente non fa notizia, paragonato all’ uccisione di donne per motivi di onore.

Inoltre, c’è la tendenza del giornalismo sensazionalista a presentare la sessualità femminile per vendere giornali. Funziona benissimo per quasi tutti gli altri aspetti del consumismo capitalista. E c’è la tendenza tra giornalisti di qualsiasi provenienza e posizione a collegarsi ai servizi segreti, al servizio degli interventi imperialisti e della guerra. Che sia per il desiderio di avere accesso alle informazioni, o che sia per semplice pigrizia, i giornalisti favoriscono i piani del governo su quasi tutti i fronti, ma specialmente quando si tratta di imperialismo. Perché tenere aperto un ufficio stampa all’estero quando si possono ottenere le informazioni dal governo e inviare commentatori insieme ai soldati e ai funzionari ministeriali? Tutto ciò crea già la situazione ideale per sfruttare l’intero pubblico, ma buttiamoci dentro le parti sul femminismo e i “rossi”, e ogni tipo di anti-imperialisti, saranno attirati da questi canti delle sirene. Non è difficile evocare le personalità desiderate per esprimere il messaggio in questo sistema, non è difficile produrre gli attori e le attrici di cui c’è bisogno per recitare tutte le parti della narrazione dei media. Non si tratta solo di spie che si intrufolano qua e là per reclutare gente per i loro progetti, si tratta di un’intera società che viene ammaestrata a odiare il comunismo e la liberazione nazionale.

Le donne con le armi in mano che combattono contro l’imperialismo sono per lo più assenti da questo tipo di discorso imperialista, tranne che per essere derise, compatite o sminuite. Guardate per esempio l’ultimo link: è un articolo sulle soldate del FARC [Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia, ndt] ed è intitolato “Febbre della giungla”. In questo discorso, tutte le donne sono vittime e povere idiote – bambine disorientate, alla ricerca di qualcuno che le aiuti. Invece, le donne a cui viene data voce sono quelle che gridano il loro messaggio imperialista di cui vanno tanto orgogliose e, se si fanno obiezioni al loro messaggio, allora si dice che sono i loro corpi ad essere sotto attacco – non l’imperialismo, non il capitalismo.

Io rifiuto tutto ciò. Queste espressioni di sessualità femminile non sono autentiche, sono false come qualsiasi altra rappresentazione patriarcale delle donne, non perché le donne e le loro azioni siano necessariamente false, ma perché queste immagini sono state usate come arma da terze persone per servire a scopi imperialisti e patriarcali. Sono espressioni mediate. Non posso fare ipotesi su quanto queste donne singolarmente siano o non siano consapevolmente complici di ciò. Posso solo lottare contro la tendenza diffusa a usare corpi femminili in questa maniera grottesca.

Le giovani giornaliste e opinioniste hanno creato un perfetto clima di agitazione per questo tipo di discorso, ed è la loro presenza che introduce gruppi come Pussy Riot e FEMEN al resto di noi, aiutandoci a collocare tutto nel contesto. Il loro sostegno all’imperialismo, insieme alla loro auto-promozione come “artiste di burlesque” smaliziate ed “empowered”, oppure come “ragazze nude”, insieme alla loro autorappresentazione come donne terrorizzate sotto attacco, è efficace nel ridurre la sinistra al silenzio.

Si presentano abilmente nelle vesti di pecorella come una delle tante ragazze attiviste, e nel frattempo appoggiano esplicitamente il capitalismo e i suoi prodotti: mescolano la critica al loro lavoro e alle loro strategie di marketing con le critiche a loro come persone, e poiché sono state costruite ad arte per attrarre principalmente un certo tipo di pubblico, l’attacco non è soltanto a loro, ma anche ai loro fan e al loro gusto personale. Queste donne non si presentano solo come sexy, annuendo alla loro disponibilità sessuale, si presentano anche come vulnerabili e sotto attacco. Come Clemencia Arango [protagonista del primo caso di giornalismo sensazionalistico americano che sfruttava il corpo femminile alla fine dell’Ottocento, ndt], sono giovani, innocenti, belle, nude e devono essere salvate.

Quindi la nudità, mentre rende queste donne attraenti e tuttavia vulnerabili, al tempo stesso serve loro da scudo, il loro essere esplicite e aperte vuole dimostrare che il loro modo di presentarsi come signorine civettuole sia il risultato della loro autodeterminazione, che quella di presentarsi con questa strategia di marketing sia stata una loro decisione. Perciò sarebbe considerato contro le donne, sicuramente contro la sessualità femminile, attaccare i media perché usano la nudità come schermo per le loro posizioni a favore della NATO. Non si considera affatto che, forse, la loro grande visibilità sia il risultato dell’imperialismo e del patriarcato, di una macchina della propaganda mediatica a questi profondamente integrata.

Stranamente, assomigliano molto alle donne giovani, innocenti, belle e nude che la NATO deve intervenire per “proteggere” – quanto meno, entrambi i tipi di donna sono sostenuti e promossi dallo stesso paradigma di imperialismo e capitalismo patriarcale. E dal momento che la loro attrattiva di marketing non è soltanto il fatto che siano delle ottime reporter, ma anche il “pacchetto” della loro sessualità e della loro “esperienza femminile”, completa di foto su Istagram e spettacoli voyeuristici riservati ai soci, ciò significa che un attacco a loro non è solo un presunto attacco alla loro sessualità, ma anche al loro pubblico maschile.

E devo sottolineare a questo punto, prima di ricevere reazioni violente, che non ho idea di chi siano le donne di cui sopra, al livello individuale. Non so cosa le spinga. Non posso dire se siano consapevoli o meno di come vengano usate come arma contro la maggioranza oppressa nel mondo; posso solo dire che lo sono. Il neoliberismo pone le sue condizioni in un modo semplice alle donne bianche che vogliano farcela in questo mondo: dobbiamo essere sottomesse, il nostro consenso deve essere disponibile ad essere venduto al pubblico, e i nostri cuori devono andare ai nostri uomini e donne in uniforme che combattono per tenere a bada i barbari che vorrebbero gettarci addosso un hijab per coprire la nostra nudità. Le donne di colore combattenti e le donne che si battono sul fronte dell’imperialismo – se non servono ad eccitare o a riderci sopra, semplicemente non esistono. E mentre lottiamo con le nostre più profonde questioni di identità, atomizzazione, femminismo e razzismo, le bombe imperialiste si fanno più fitte, portando distruzione nel resto del mondo.

* le affermazioni dell’autrice del pezzo riguardo pornografia e prostituzione non riflettono completamente la linea di questo blog e delle analisi sviluppate in questa sede. Cionostante, si è decisio di tradurre e pubblicare il pezzo comunque, in ragione della ricchezza d’analisi e dell’ efficacia nello smontare alcuni miti pseudo-femministi, quali quello delle Femen e delle Pussy Riot.

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4 Risposte

  1. Sono andata a guardare i link sull’incendio di Odessa… 😦 Grazie per la condivisione, sono contenta di aver approfondito.

  2. nell’articolo trovi link e foto che lo dimostrano senza possibilità di dubbio. Una tetta al vento, da sola, non fa primavera e non è sinonimo di liberazione se non c’è un lavoro politico dietro. Il corpo nudo può essere anche uno strumento reazionario nelle mani dei neonazisti. Le Femen ne sono la dimostrazione.

  3. Ah, cavolo! Io non avevo mai approfondito, ma a stavano simpatiche 😦 se è vero che dietro le Femen c’è la destra reazionaria forse non me la prendo più la t-shirt con le tette disegnate su 😦 peccato…

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