Emma, o quando le donne bianche convalidano il femminismo

10433068_289354264593546_2488832259074740696_nA partire dal discorso che Emma Watson ha tenuto alle Nazioni Unite, un’analisi da Lamula.pe sulla trasformazione del femminismo liberale bianco in retorica di supporto alla propaganda neoliberale, con il patrocinio dalle Nazioni Unite.

Pensa a quante volte ti sei seduto vicino a persone ben intenzionate e la conversazione è andata più o meno così: “ Come persona appartenente alla classe lavoratrice, penso che..” (alcune teste annuiscono) “Come donna povera, mi sembra che…” (ancora più teste). “Come lesbica povera e di colore, devo dire che…” (Ancora più teste annuiscono furiosamente, assicurandosi che tutt@ riconoscano il mutuo e frenetico consenso). E così via. Questo tipo di situazioni sono solitamente denominate “le olimpiadi dell’oppressione”. Durante queste, le persone sembrano giocare a chi proviene dal luogo più autentico, più oppresso e, per questo, più corretto. Sono situazioni in cui l’identità si feticizza, durante le quali nozioni essenzialiste fanno inciampare il buon senso e in cui la credenza paternalista nella superiorità del saggio e nobile selvaggio suole annullare qualsiasi sentimento in assoluto. A volte, questa tattica, basata sullo stare sempre d’accordo con chi più reca il marchio della marginalità, sostituisce qualsiasi tentativo di intraprendere un’analisi critica della razza, la sessualità, il genere ecc. Questa tattica è intellettualmente floscia, manca di profondità politica e genera appena un effetto di inclusione dell’altro “minoritario”.
Abbey Volcano

Quanto segue non ha nulla a che vedere con Emma Watson. Non ha nulla a che fare con i femminismi, almeno non direttamente. Quello che segue ha a che fare con il colonialismo. Ha a che fare con i suoi effetti sul sentire e il pensare collettivo in contesti intensamente razzisti. Ha a che fare con la produzione di soggettività funzionali alla supremazia bianca e al genocidio nero e indigeno. Ha a che fare con l’estensione e il rafforzamento del senso d’inferiorità che s’imprime sui corpi e le coscienze delle persone razializzate.

Questa non conformità non è mia e mi infastidisce doverla esporre. Non mi sento la più indicata a farlo. Non mi interessa il femminismo come identità. Non mi definisco femminista perché farlo è un gesto che non garantisce nulla. Credo nella potenzialità dei femminismi e rispetto e ringrazio le loro conquiste, in quanto permettono che io e le mie compagne continuiamo la nostra vita. Per questo ritengo che ciò che segue non ha molto a che vedere con i femminismi. Ha a che fare con la celebrazione della bianchezza.
Pochi mesi fa, Ellen Page si è presentata pubblicamente in qualità di lesbica in un evento patrocinato da Human Rights Campaign. Ovazione immediata, interminabile. E tutto migliora. Questa non conformità non è mia, ciò vuol dire che altre voci hanno già notato il ruolo abilitante e protettivo che adempie il privilegio di razza e di classe, ostentati da certi corpi “abietti”, mediatizzati per visualizzare le loro problematiche e contribuire alla loro soluzione. E’ responsabile Ellen Page della sua bianchezza, di godere dei benefici che gli dà l’essere nata in una nazione “sviluppata” e guadagnare una generosa quantità di denaro?
Queste identiche domande mi sono affiorate come obiezioni di fronte alla dichiarazione che segue al titolo di questo testo. E’colpevole Emma Watson di essere bianca, bella e ricca? Rispondere a queste domande non m’interessa. Non mi pare che alimentino una discussione di grande levatura politica. Questo non ha nulla a che vedere né con Ellen Page, né con Emma Watson. Tutto ciò ha a che fare con quali corpi contano e come il neoliberalismo si appropria del  “marginale” per restituirlo come marchio registrato.
Ellen Page si è presentata come lesbica in un evento sponsorizzato dall’Human Rights Campaign, l’Ong statunitense pro-LGBT più grande del mondo. Poiché il matrimonio egualitario è già una realtà in molte parti degli Stati Uniti, HRC si è dedicata a finanziare le lotte LGBT che cercano di ottenere il matrimonio egualitario nei paesi “sottosviluppati”. “Internazionale Gay” è stata chiamata questa nuova meraviglia della globalizzazione. Forse il traffico nell’agenda LGBT è la conseguenza meno preoccupante e violenta di questa colonizzazione rosa: così Human Rights Campain ottiene i suoi colossali finanziamenti da imprenditori nord-americani, dediti a impoverire sistematicamente i paesi del terzo mondo, mediante fondi avvoltoio. Esempio: nel 2000, Alberto Fujimori, prima di fuggire dal Perù, pagò 58 milioni di dollari a Elliot Management, consorzio dello statunitense Paul Singer, che comprò il debito che il Perù aveva con gli Stati Uniti (che ammontava a 20 milioni di dollari), per poco più di 11 milioni di dollari, con un profitto di 47 milioni di dollari per Singer e Company, provenienti dalle tasche di milioni di peruviani. Queste informazioni non circolano. Non interessano. Interessa Ellen Page, interessa che sia dichiaratamente lesbica. Interessa che, finalmente, si abbia un riferimento che piaccia, che renda digeribile l’abiezione e la furia. Maquillage di modernità, ora più che mai possiamo essere orgogliose.
E, adesso, Emma Watson si rivela femminista alle Nazioni Unite. Ribadisco che ciò non ha nulla a che vedere con lei, come persona. Forse, il fatto che l’attrice riconosca il potenziale trasformativo del femminismo è un segnale di come questo si va consolidando nel sentire comune colto e della classe media. Questo può apparire gratificante e salutare (da una certa prospettiva). Certamente, ciò che questo evento potrebbe significare per i femminismi situati in contesti di “sottosviluppo”, depredazione neoliberale delle risorse e razzializzazione intensa, continua a non presentarsi come una pietra miliare foriera di speranza per le comunità rese vulnerabili alle periferie della modernità. Invece, ciò che questo evento mostra in realtà è la sistematica invisibilizzazione e criminalizzazione delle lotte femministe locali, mai mediatizzate, mai celebrate.
Il femminismo che promuove le Nazioni Unite non può che essere coerente con il mantenimento delle relazioni economiche di potere, che sostengono l’egemonia euroccidentale. La retorica del femminismo liberale fondata sull’ansiosa “ uguaglianza di genere” e sull’ “empowerment” delle donne consiste, più che nella disattivazione delle gerarchie nelle quali si basa il patriarcato, nell’ideale equiparazione dei poteri degli uomini e delle donne, che si accomodano così nelle strutture di potere economico esistenti.
Nel dire che tutto ciò non ha nulla a che vedere con Emma Watson, voglio sottolineare che non pretendo di misurare l’impegno femminista di individu* concret* da nessun nebuloso piedistallo, conquistato attraverso il marchio della marginalità. Questo sarebbe un esercizio di autoritarismo, che non ha luogo all’interno di un sentire/pensare femminista. Ciò che si è cercato di fare qui è stato di comunicare una non conformità: la critica antirazzista non trascende la necessità di segnalare l’ubiquità dell’ideale estetico bianco o il modo in cui certi soggetti razzializzati sono umiliati dai mezzi di comunicazione e dall’impresa privata.

La critica antirazzista più mediatica si è fermata alla categoria “discriminazione”, un punto di partenza che è nello stesso tempo un punto di arrivo, un punto morto. Il rovescio della cultura della celebrazione della bianchezza non termina con l’inculcare massivamente complessi di meticciato o di negritudine. I suoi effetti non sono stati ancora completamente nominati. E, senza dubbio, ciò che non è possibile nominare, in uno sforzo che oggi come mai si rende necessario, è che il razzismo informa tutte e ciascuna delle istituzioni “democratiche” moderne, tanto quelle incaricate dell’amministrazione della vita, quanto quelle che producono la soggettività egemonica; che esso è il pregiudizio da cui apprendiamo la realtà, gerarchizziamo i legami e stabiliamo alleanze e ammirazione; che è il principio sul quale si fondano gli stati post-coloniali e che alcune settimane è tornato a togliere la vita a quattro compagn* in Alto Tamaya-Saweto. Questo non ha nulla a che fare con i femminismi, ha invece a che fare con il nostro malsano bisogno di considerarci impraticabili, insignificanti, usa e getta.

Asheninka Leader Edwin Chota

Edwin Chota, ambientalista peruviano ucciso, insieme ad altri 3 attivisti, il 1 settembre 2014

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