L’essenziale e l’essenzialismo di un gesto

non solo fica

da Carmilla

Negli anni Settanta faceva irruzione nelle piazze un gesto, quello di due mani a L unite a formare il simbolo della vagina, che, come contraltare al pugno chiuso, per le donne voleva avere un carattere di appropriazione di se stesse e significare la presa di parola nella scena pubblica e nel dibattito politico.
Sessant’anni dopo la casa editrice DeriveApprodi gli dedica una pubblicazione, Aa. Vv. Il gesto femminista, a cura di Ilaria Bussoni e Raffaella Perna, pp. 166, € 20, ricostruendo una genealogia, raccogliendo documenti anche fotografici e cercando di comporre quanto di quel gesto si è sedimentato nel presente. Ne risulta un lavoro eterogeneo, non solo per la varietà dei contributi – dalla fotografia di Paola Agosti, al cinema di Alina Marazzi, all’espressioni artistiche passate in rassegna da Raffella Perna – ma anche per la diversità degli approcci e delle conclusioni cui le autrici pervengono.

Se da un lato, infatti, il riferimento a Carla Lonzi, e dunque al filone del femminismo della differenza sessuale che da questa ha preso le mosse, sembra rimanere una costante per molte – La donna clitoridea e la donna vaginale di Lonzi viene definito da Claire Fontaine, ancora oggi, un faro in quest’oscurità, antico ma ineguagliato – altre, invece, non mancano di sottolineare come già a partire dagli anni Ottanta la critica del femminismo post-strutturalista abbia compiuto notevoli passi avanti rispetto alle teorizzazioni di Lonzi, denunciando come l’identificazione della donna con la propria vagina, identificazione sancita dal cosiddetto gesto femminista, non configuri in realtà una rottura radicale, ma si risolva nel riduzionismo biologico e finisca per riproporre un modello di femminilità essenzializzata ad uso e consumo della cultura dominante. Così, mentre alcune continuano a ritenere quel gesto importante perché lo considerano, per dirla con Anna Curcio, ancora scabroso, altre, come la Collettiva XXX, non esitano a dichiarare una certa insofferenza – non è determinante, né esauriente, o rappresentativo di qualche unità per Angela, trovo che questo gesto sia invecchiato, legato al passato, scrive Enza, – e a rivendicare a Ciascun* il suo gesto attraverso cui esprimere la ricchezza delle soggettività contemporanee che, per fortuna, non si fondano solo su quella costruzione culturale, altamente normativa, che è il genere.

Analogamente, sottolineando la molteplicità dei soggetti, delle forme di vita e delle traiettorie, i contributi di Laura Corradi, Stefania Consigliere e Leila Pisani precisano come, sebbene la vagina abbia acquisito visibilità, questo in molti casi non ha prodotto grandi cambiamenti. Ad esempio, su molte questioni lo sguardo rimane coloniale anche in ragione dell’egemonia narcisista esercitata, sin dagli anni Settanta, da quel femminismo bianco, liberale, di classe media che continua ancora oggi a rimanere cieco e sordo alle critiche decolonizzanti di femminismi che definisce “altri”, spesso essenzializzandoli nella stereotipia orientalista di un Terzo Mondo perennemente bisognoso di guide benefattrici. E’ proprio Laura Corradi ad accennare alla critica decolonizzante, completamente invisibilizzata in Italia, che le femministe indigene di Usa e Canada indirizzano al One Billion Rising organizzato da Eve Ensler sulla scia del Vagina day.

There is no we, ribadisce più volte Lauren Chief Elk, co-fondatora dell’organizzazione di femministe indigene di Usa e Canada Save Wiyabi Project, in un articolo pubblicato da modelviewculture.com. Per Lauren Chief Elk, dunque, non esiste un noi che, come risultato di una evidenza meramente biologica, si compatta nel nome della battaglia contro un’ oppressione di genere parimenti condivisa da tutte le donne. Si tratta piuttosto di un falso mito, con cui le bianche benefattrici rafforzano la propria supremazia imponendo i loro standard di giustizia ed uguaglianza. Ne è un esempio lampante, in America, il supporto del One Billion Rising all’approvazione dell’ International Violence Against Women Act (I-VAWA) che, per le femministe di Save Wiyabi Project, dietro l’obiettivo di salvare dagli abusi donne e bambine di tutto il mondo, nasconde una forte vocazione securitaria e l’intento di replicare su scala mondiale quello stato carcerario che in America criminalizza e rinchiude soprattutto donne e uomini di colore e dei ceti medio-bassi.

Per tornare in Italia, la sorellanza nel segno della Vagina Universale, propugnata dal One Billion Rising, è stata mediaticamente esibita per chiedere a gran voce una legislazione di contrasto al femminicidio e alla violenza di genere che si è tradotta, come per l’International Violence Against Women Act, in una legge securitaria, approvata in tutta fretta e senza troppe discussioni, che si limita a rafforzare dispositivi di controllo e inasprimento delle pene voluti soprattutto da quelle donne che occupano pozioni apicali nella società e dentro le istituzioni governative. Come dimenticare il One Billion Rising organizzato nel 2013 a Roma da Isabella Rauti, nominata di lì a poco Consigliera del Viminale per le politiche di contrasto della violenza di genere e del femminicidio?

Se c’è davvero qualcosa di scabroso che il gesto della vagina riesce ancora a suscitare, questo va rintracciato nell’uso strumentale che ne fanno molte di quelle femministe che, a partire dal dato biologico, hanno fossilizzato il dibattito sul genere, senza nemmeno metterlo troppo in discussione, e sull’opposizione binaria uomo/donna, epurandolo dalla critica alle disuguaglianze strutturate sulla razza e sulla classe e allontanandolo dalla lotte per una decolonizzazione del sapere e per una radicale trasformazione sociale ed economica dell’esistente. In questo modo, l’iniziale potenza sovversiva del gesto femminista è stata facilmente riassorbita dal pensiero dominante; reso innocuo e sussunto nelle tradizionali dinamiche di potere fondanti ogni gerarchia, come gli esempi sopra citati dimostrano, il gesto femminista è stato così captato dentro quello che Foucault già nel 1976, ne La volontà di sapere, definiva il dispositivo di sessualità, come distribuzione nuova dei piaceri, dei discorsi, delle verità e dei poteri. Con la sua sessualità loquace il femminismo bianco, di orientamento liberale, espressione delle classi medio-alte, avvalendosi del pensiero della differenza sessuale ha notevolmente contribuito al funzionamento di tale dispositivo che gli ha permesso di rimuovere pratiche discorsive “altre” e di ricostruire nuove relazioni di potere. Ragion per cui, come sostiene Laura Corradi, la mia vagina = me è un’equazione che in questi tempi sovverte ben poco, quando addirittura non è funzionale a produrre effetti di dominazione sempre nuovi.

Del gesto femminista resta comunque l’essenziale, cioè il dato fondamentale, che riposa nella capacità di rendere provocatoriamente visibile il desiderio di appropriazione di se stesse e di collocarlo al centro di lotte che ambivano a trasformare l’intera società a partire da sé, coniugando personale e politico. Ricostruire una genealogia, non solo per conservarne memoria, ma anche e soprattutto per rielaborare le tappe di quel processo è senza dubbio un punto di partenza da cui non si può prescindere se si vuole raccogliere l’eredità del movimento femminista italiano e delle sue istanze trasformative, evitando di ripetere errori, sciogliendo nodi ancora irrisolti e superando l’impasse in cui lo ha precipitato la deriva essenzialista, cioè che si regge su idee disincarnate, stabilite a priori, dell’equazione la mia vagina = me. Questo lavoro di ri-elaborazione è tanto più necessario oggi, in una fase in cui il neoliberalismo, riconfigurando il modello di riproduzione sociale, caldeggia il ritorno a valori per così dire “tradizionali”, tentando di inchiodare le donne ad un determinismo biologico che le vorrebbe identificare e risolvere unicamente nelle funzioni riproduttive degli organi genitali.
Altrimenti, quel gesto allora così potente rischia di diventare niente di più che un angusto pertugio da cui si pretende di guardare all’incessante divenire di un presente sempre più complesso. E, come l’esperienza dimostra, dagli angusti pertugi la prospettiva non è mai delle migliori.

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