Performando il pornoterrorismo

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Un estratto da Pornoterrorismo di Diana J. Torres, uscito in Italia ad aprile 2014 e pubblicato da Golena edizioni.

Un Grazie grande all’autrice e all’associazione Golena. Accattatevillo e leggetevelo tutto!

Uno scenario è un letto, una tomba, un patibolo un tappeto volante, una plaza de toros, una roulette (russa), una fogna, una culla, un altare, un mattatoio, un sotterfugio. Tecnicamente sono malata. Lo chiamano esibizionismo. Io preferisco non dare un nome a ciò che mi succede subito prima di entrare in scena. E’ un misto di eccitazione, fierezza, incazzatura e la profonda necessità di dire quello che devo, di fare il mio lavoro. Quello che succede quando mi trovo di fronte al pubblico ha, si, un nome: pornoterrorismo. Ma è solo un nome, una parola che sfiora solo di sfuggita la realtà di ciò che faccio, quello che descrive meglio, in una sola parola, cio che succede sullo scenario.[…]

La mia attività di performer più seria e intensa è iniziata come conseguenza di una disgrazia che ha segnato la mia vita e quella di chi mi circonda, in special modo quella della mia amica e sorella Patricia Heras. Il 4 febbraio del 2006 tornando a casa in bicicletta all’alba, dopo aver passato la notte a ballare a una festa in una casa privata, Patricia e il nostro amico Alfredo ebbero un incidente. Un’ambulanza li/e portò all’ospedale con ferite lievi e li, mentre li/e stavano curando, vennero ammanettati/e e arrestati/e con l’accusa di omicidio. Quella stessa notte c’era stata una festa illegale in una casa occupata in Calle Sant Pere Mes Baix.  (1) […]

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A causa di quanto sopra i miei poemi e le mie azioni sceniche si sono radicalizzate. Vivere in una città dove cose cosi orribili possono succedere in tutta normalità fa sì che una (oltre a vivere come una paranoica) stia costantemente macchinando piccole vendette, pensando a come cambiare la situazione, maledicendo tutto costantemente, accumulando una rabbia difficile da placare in modo non sanguinoso. Alla mia poesia, che non ha smesso di essere pornografica, ho aggiunto questi ingredienti rabbiosi che, mischiati con le mie perversioni multiple, ha dato come risultato una specie di ibrido che ho voluto chiamare poesia pornoterrorista. E’ una poesia bruta, senza artifici, le cui parole dicono esattamente quello che voglio dire. Una poesia criptica, stracarica o complessa non servirebbe ai miei scopi. Neanche so se sarei in grado di scriverla. Come spiegava bene questo testo che scrissi per spiegare chi fossi in occasione della giornata del Femminismo Porno Punk di Arteleku:≪Non ero una donna tranquilla e pacifica, scrivevo solo astrazioni che avevano poco o nulla a che fare con il mondo. Il sistema, come succede a ogni terrorista, fece di me un mostro≫. (2)
Voglio che tutti/e possano capire ciò che scrivo, anche per una questione di praticità voglio che il mio messaggio possa arrivare al maggior numero di persone possibile. Il mio pubblico non ha bisogno di aver letto molto, né deve essere in grado di capire la poesia: il messaggio è chiaro come il sole.

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L’immagine è stata molto importante fin dall’inizio: avevo raccolto una serie di fotografie di porno mainstream e bizzarre e le mischiavo con altre di guerra, mutilazioni, malformazioni, incidenti, corride di tori, etc. per proiettarle durante le performance. Dopo passai ai video: proiettavo naturalmente porno, ma anche altri tipi di pornografia, di quella che appare tutti i giorni in televisione e che forma parte delle nostre vite in modo cosi quotidiano e terribile.
Viviamo in un mondo tecnologizzato dove l’immagine è fondamentale e non ho mai voluto fare a meno di uno strumento cosi potente. Il nemico lo usa per lavarci il cervello, per farci comprare cose di cui non abbiamo bisogno, per rafforzare i canoni di bellezza che gli convengono, per falsificare la realtà, per renderci insensibili alle atrocità che vengono commesse nelle loro guerre e nelle loro ≪conquiste≫. Io lo uso per produrre interferenze, per eccitare, per far aprire gli occhi e i culi, per maltrattare coscienze addormentate, per provocare reazioni e, principalmente, per far rivivere sensibilità massacrate.
La morbosità del voler vedere anche se moralmente non è lecito farlo esiste tanto nel porno quanto nella pornografia mediatica. In base a una strategia sapientemente elaborata ogni giorno ci mostrano in televisione immagini ad alto contenuto di bestialità: bambini/e smembrati/e buttati/e in terra in qualche strada di Baghdad, gente che piange e che soffre, gente che si ammazza, macchine accartocciate sulla strada, disastri ≪naturali≫…
E il fatto che i telegiornali siano nelle ore dei pasti non è affatto arbitrario, ma fa parte della strategia. Il cervello e lo stomaco sono i due organi che consumano la maggior quantità di energia: quando uno sta lavorando, l’altro funziona peggio. Quando stiamo mangiando o digerendo il nostro cervello è in qualche modo più vulnerabile rispetto a qualsiasi altro momento. E’ aperto, ricettivo, non protetto, è il momento ideale per depositarvi immagini che non verranno processate coscientemente.
Questo fa sì che si provi l’erronea sensazione di poter guardare qualsiasi cosa senza accusare nulla, di essere preparati/e a vedere (e sapere) tutto. Ma questo non è vero: è un modo per renderci insensibili e per impedirci di reagire, per fare in modo che in fondo non ci importi di quello che succede nel mondo e per non farci preparare a quello che ci toccherà vivere, che non sarà molto migliore di ciò che vediamo succedere in televisione.
Io prendo queste immagini (e altre che non si azzardano a trasmettere nei telegiornali, nonostante lo farebbero più che volentieri) dal loro habitat quotidiano e le metto in un contesto in cui esiste la possibilità che la gente sia eccitata e abbia il cervello acceso. Le decontestualizzo per restituirgli il loro valore organico, la loro fierezza, la loro brutalità. La parte di significato che gli era stata sottratta per idiotizzarci.
Ho sempre pensato che l’interesse morboso per vedere gente che scopa e gente squartata fossero la stessa cosa; questo vorrei ma non vorrei, la restrizione morale che ci autoimponiamo, perché siamo abituati/e al fatto che ci proteggano da tutto, ma da loro non ci protegge nessuno.
Allo stesso modo in cui se guardi troppa pornografia dopo un po’ devi fare una pausa, perché non riesci più a eccitarti, quando vedi troppa merda in televisione finisci per non provare più nulla per ciò che succede davanti ai tuoi occhi, si trattasse anche di autentiche atrocità. Come dice Virginie Despentes in Teoría King Kong: ≪Il porno può anche scontentarci, perché rivela che siamo ineccitabili, anche se noi ci immaginiamo come arrapati insaziabili≫ (3)
La differenza tra il porno sessuale e la pornografia mediatica è che dal primo ci si può prendere una pausa, si può prendere tempo per cercare nuovi film più eccitanti o smettere di guardarne per un po’, sanare la mente perché ritorni a essere ricettiva. La televisione e i media in generale non danno tregua, il bombardamento è costante e i contenuti sono stati progressivamente sensazionalizzati e ora i giornali più visti e più letti sono quelli che trattano la notizia con meno scrupoli.
Durante le mie performance proietto immagini toccanti, ma non resto mai indifferente, perché le guardo in momenti in cui sono aperta e ricettiva. Se il mondo è doloroso e noi siamo fottuti/e, io mi lascio ferire, perché non voglio rinunciare al dolore del mondo, al dolore dell’essere viva, perché ho provato a conservare intatta la mia empatia, un’altra delle cose che vorrebbero rubarci insegnandoci le miserie umane come a una scuola di circo.
Vogliono evitare che ci si possa identificare con quello che succede, con i massacri, la fame, la povertà, le guerre. Vogliono farci credere la ≪storia unica≫ di cui parla Chimamanda nella sua meravigliosa relazione The danger of the single story (4) ed è una storia nella quale noi europei/e e occidentali ≪civilizzati/e≫ non potremo mai sperimentare situazioni e provare sentimenti che non appartengano al nostro ambito.
Posso vedere mille e una volte il video del soldato russo sgozzato dai nazisti e non smettere mai di provare pena per lui e odio per loro ed e un video che proietto molto spesso e che genera un rifiuto generale. Perché fa male vederlo? Perché disturba? Perché la gente quando va a vedere una performance vuole divertirsi, evadere dalla realtà, non pensare a niente?
Beh, mi dispiace molto, ma durante le mie performance non sono l’unica ad essere torturata e se quello che cerchi è mero divertimento meglio che tu vada a vedere altrove, con la cattiveria, con lo schifo. Molte persone dicono che le mie performance sarebbero migliori senza quei video cosi sgradevoli (che sono gli stessi che guardano mentre mangiano senza battere ciglio) e io mi domando ogni volta: migliori per chi? Per chi crede che le cose non sia necessario vederle per sapere che esistono? Io dico sempre che sapere della loro esistenza non è sufficiente. Quando qualcosa non ci piace dobbiamo sentirlo sulla nostra pelle, lasciare che faccia male, piangere, se necessario. Come possiamo azzardarci a dare opinioni sul mondo, se lo giudichiamo senza aver provato neanche un po’ di dolore, dalla comoda posizione di chi non è capace di sentire neanche un minimo di empatia?[…]

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Note

1.  Patricia Heras, poeta e attivista queer, venne accusata, insieme ad altre 4 persone, di aver ferito un agente di polizia urbana. Dichiaratasi, insieme agli altri, sempre estranea ai fatti, venne condannata a 3 anni e mezzo di carcere che stava scontando in semilibertà quando decise di suicidarsi. Nella parte omessa per ragioni di spazio, Diana riepiloga gli eventi e racconta di quando cominciò ad esibirsi  per raccogliere fondi e sostenere così la causa di Patricia e degli altri accusati. E’  possibile consultare il materiale informativo sul caso 4F sul sito: http://desmonta-je4f.org; per saperne di più su Patricia Heras è possibile consultare il blog: http://poeta-difunta.blogspot.com; altri dettagli sul caso 4-F su: http://pornoterrorismo.com/toda-la-informacionsobre-el-4f/

2. Il seminario Femminismo Porno Punk organizzato da Beatriz Preciado e Medeak ad Arteluk, Donostia, nel luglio del 2008, riguardava ≪l’investigazione e la produzione postpornografica, la critica dei codici tradizionali di rappresentazione della sessualità e la rappresentazione multimedia dei corpi e delle sessualita subalterne≫. Riunì artisti come Annie Sprinkle, Beth Stevens, Del Lagrace Volcano, LAzlo Pearlman, BlackSun, etc.

3. Despentes, V. : Teoria King Kong, Melusina, Barcelona, 2007, pag.78

4. http://www.ted.com/talks/chimamanda_adichie_the_danger_of_a_single_story.html e per saperne di più su di lei: http://www.l3.ulg.ac.be/adichie/

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