La vie en rose. Una repubblica oligarchica ai tempi del pinkwashing

mauro biani

Conquiste. Mauro Biani per il manifesto

Le forti tinte rosa del governo Renzi hanno acceso gli occhi di coloro che, la mattina del 22 febbraio 2014, si sono svegliate dicendosi buongiorno nel primo giorno in cui l’Italia, dalla nascita della repubblica, si sveglia con un governo paritario. L’assemblea nazionale di Se non ora quando saluta così una data storica, perché vede compiuto un primo passo verso una migliore democrazia. Peccato che all’assemblea nazionale di Se non ora quando, che pur dichiara di aver perseguito sin dalla sua nascita una migliore democrazia, sfugga completamente che la democrazia si fonda su consultazioni elettorali saltate a pie’ pari  ancora una volta dal 2011. Del resto, lo ha dichiarato anche Re Giorgio: parlare di elezioni è una sciocchezza in una fase della storia italiana in cui i governi si formano attraverso staffette che determinano passaggi di potere al vertice giocati fra individui che non sono in relazione con mandato elettorale alcuno.  Il governo Renzi segna certamente una data storica ed un passo importante, ma, al contrario di quello che ritengono le Se non ora quando, questo passo non è verso una democrazia migliore, ma verso una repubblica oligarchica che si regge su manovre di palazzo da cui è completamente esclusa la consultazione elettorale dei e delle cittadin@ gradualmente declassat@ a suddit@.

In questo inquietante scenario, il 50% dei ministeri in rosa sembrerebbe accendere una nota di speranza e per così dire di allegria, quasi a spezzare le tinte fosche di cui è ammantata la notte di una improbabile e improponibile democrazia che fa a meno delle elezioni. Ci sono le donne, evviva! Sono loro che ci salveranno…. la faccia, distogliendo l’attenzione da quelle manovre di palazzo che con la democrazia non hanno nulla a che vedere, ma anzi constituiscono il suo disprezzo e segnano velocemente il passo verso l’involuzione oligarchica. Un governo composto per metà da donne, attraverso una paritaria rappresentanza di genere, vorrebbe così indicare una inclinazione all’equità, un’equità rappresentata unicamente da quella costruzione culturale che è il genere. Ancora una volta, dunque, il genere assolve alle sue molteplici funzioni, tra disciplinamento delle soggettività e rinforzo di relazioni di potere, rivelandosi molto utile anche nel coprire con una tinteggiata di rosa di quali relazioni di potere si tratti. E’ questa una variante di quella strategia per la quale Sara Schulmann ha usato il termine pinkwashing a denunciare la cooptazione dei bianchi gay da parte delle forze politiche anti-immigrati e anti-musulmane – e dunque di destra – in Europa occidentale e in Israele. Per traslato, è in atto una strategia di pinkwashing ogniqualvolta un soggetto vagamente rosa, sia esso di orientamento omosessuale o di genere femminile, venga cooptato ed usato per esibire una  difesa di diritti ed una equità  false, perché, ben lungi dal mettere in discussione relazioni di potere e di subalternità, in realtà le rafforza scaricandole su categorie che si fondano su dispostivi di oppressione diversi dal genere, quali per esempio la razza o la classe.

L’entusiasmo per il governo in rosa ha infatti nascosto la misteriosa scomparsa dei ministeri che si occupavano del sociale: non solo le pari opportunità – e certo, parità è fatta, ora -, ma anche le politiche giovanili – e certo, sono quasi tutt@ gggiovan@, premier incluso, ora – , l’integrazione, il welfare. Questo dato indica chiaramente l’indirizzo di un governo che dimostra di volersi scrollare di dosso le politiche sociali, schierandosi a favore dello smantellamento del welfare perseguito dallo stato neoliberale. Il background delle neoministre ne è ulteriore riprova e rivela un tentativo di mediazione tra capitalismo finanziario e industriale. Così, se al ministero per lo sviluppo economico è assegnata Federica Guidi, una imprenditrice berlusconiana rappresentante della piccola e media borghesia industriale, al ministero dell’istruzione viene scelta una esponente di Scelta Civica, Stefania Giannini, che assumendo  le parole d’ordine merito, valutazione, competitività, si pone in linea di continuità con Francesco Profumo, che l’ha preceduta nel governo Monti. Tanto per non lasciare adito a dubbi sull’ operato da lei ritenuto ideale, nel gennaio 2013, intervistata da TuttoScuola  che le chiedeva se fosse il caso di tornare ad investire su scuola e università, Giannini rispondeva che applicare nel nostro settore principi di revisione della spesa pubblica è ancora possibile e contemporaneamente si diceva favorevole al prestito d’onore, dunque all’indebitamento di quegli studenti e di quelle studentesse che, pur meritevoli e desiderosi di studiare, non hanno i mezzi materiali sufficienti per farlo. Al ministero della salute viene riconfermata Beatrice Lorenzin, in quota Pdl, ormai tristemente nota per la sua difesa di una legge bocciata nel 2012 dalla corte europea dei diritti umani, cioè la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita.  La contrarietà di Lorenzin alla fecondazione eterologa fa il paio con le dichiarazioni antiabortiste e  pro famiglia “naturale” di Marianna Madia,  neoministra Pd della semplificazione e pubblica amministrazione, che nel 2008 sosteneva l’aborto è il fallimento della politica, un fallimento etico, sociale, economico e culturale.

Che siano del Pdl o del Pd, le due ministre sostengono dunque una idea di famiglia definita impropriamente naturale, cioè quella eterosessuale e monogamica, funzionale, e subordinata, alla riproduzione dello Stato nazione. Un immaginario, questo, proveniente dalla destra storica e oggi sostenuto dal neofondamentalismo cattolico  mobilitatosi a sostegno del neoliberismo. Non sarà un caso, dunque, l’emblematica scelta di una senatrice del partito democratico, Roberta Pinotti,  al ministero della difesa, il che costituisce una novità assoluta di cui, a parere di chi scrive, non c’è niente da rallegrarsi, perché oltre che una conquista di genere, è una conquista di geniere, del genio militare,  per dirla sarcasticamente con Mauro Biani. Come dire, vi integriamo nella spartizione delle posizioni apicali, rendedovi partecipi e complici dell’ orientamento militarista.

Da questa breve carrellata, pare di poter concludere che la cooptazione delle donne ai ministeri rappresenti niente di più che un’operazione di cosmesi ideologica in una fase di progressiva riduzione della partecipazione  collettiva alla vita politica, riduzione che configura e determina l’insediamento di una oligarchia al potere. Una oligarchia che, al di là dello schieramento, condivide le linee guida cui ispirare le cosiddette riforme e di cui le stesse ministre  sono sostenitrici: smantellamento del welfare, militarismo, familismo, retorica della difesa della vita e conseguente limitazione dell’autonomia delle donne. Cosa abbiamo da celebrare le Se non ora quando e seguaci resta, per chi scrive, un vero e proprio mistero. A meno che condividano la medesima ideologia neoliberista e destrorsa e le medesime strategie di pinkwashing. In quel caso, tutto si spiegherebbe.

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Una Risposta

  1. […] di pari opportunità possa essere minimamente digeribile da chi come lei e anche come me o altre hanno fatto lotte che vanno totalmente contro tutto quello che insiste in quegli articoli e in […]

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