One billion Rising, Eve Ensler e le contraddizioni del femminismo carcerario*

eve ensler carceral

Da Prison Culture

Eve Ensler sembra aver scoperto la violenza di stato…per molti versi nello stesso modo in cui Colombo scoprì l’America. Si è dichiarata pronta a discutere e affrontare le conseguenze negative della criminalizzazione in aumento. Non più di qualche mese fa, il One billion rising, la campagna globale anti-violenza di Ensler, incoraggiava  le sopravvissute alla violenza interpersonale innanzitutto a riferire  di stupri e  aggressioni alle forze dell’ordine. Questa, secondo la campagna, era la strada per costringere coloro che perpetuano violenza a “farsi carico” delle loro azioni.

Ensler ed i suoi collaboratori non erano consapevoli o interessati al fatto che proprio lo stato è il maggior perpetuatore di violenza di genere. Infatti, come suggerito da avvocate quali Lauren Chief Elk, molte donne che vengono a contatto con l’efferato sistema legale per cercare aiuto si ritrovano ad essere vittime di quel sistema. In aggiunta, come Andy Smith ha sottolineato questo approccio in realtà toglie potere alle donne in quanto individua lo stato come la soluzione alla violenza di genere al posto di una reale politica organizzata  da coloro che sono toccate dalla violenza di genere

Ensler e tutta la strategia di aumentare il controllo dello stato sulla vita delle sopravvissute alla violenza adesso appare in evidente contraddizione con l’iniziativa annunciata di recente sotto il nome di  ‘One Billion Rising For Justice U.S Prisons Project. Ho saputo di questo progetto un paio di giorni fa. Il sito descrive la nuova campagna come

un’ammissione del fatto che non possiamo fermare la violenza contro le donne senza mettere fine a tutte le forme di oppressione e di ingiustizia che si intersecano: povertà, razzismo, omofobia, guerra, il saccheggio dell’ambiente, il capitalismo, l’imperialismo e il patriarcato

Se questo linguaggio suona familiare è perché per anni attiviste di colore, organizzatrici e studiose nel mondo hanno perorato la causa della violenza di stato e strutturale contro donne e ragazze (vedi Incite! fra gli altri). Hanno denunciato che è parte di uno stesso fenomeno e che le oppressioni interconnesse si manifestano nella vita quotidiana di donne e ragazze in tutto il mondo.

In un articolo pubblicato sul Guardian, Ensler mette a punto il suo nuovo progetto:

Quest’anno ingrandiamo e approfondiamo la campagna con One Billion Rising for Justice. La giustizia è sul punto di restaurare il primato della connessione così che capiamo che la violenza contro le donne non è un problema personale, ma connesso ad altre ingiustizie sistemiche siano esse patriarcali, economiche, razziali, di genere o ambientali.

Qui, Ensler sembra rispondere a non meglio specificate criticità le quali hanno suggerito che il movimento anti-violenza fa affidamento in maniera troppo pesante su forme individualistiche di intervento invece di soluzioni basate sulla comunità. Ensler aggiunge:

Sono sorte molte domande. Come facciamo a creare giustizia quando lo stato è paralizzato o è contro di noi? Come individuare le cause alla radice della violenza? Come unire le nostre battaglie? Come facciamo a distinguere fra giustizia e vendetta?

Ancora una volta, chi legge deve indovinare come queste domande “sono sorte”. Chi ha spinto per includere queste domande nelle considerazioni e nelle azioni anti-violenza del mainstream? Proprio come le criticità della collusione tra i difensori dell’antiviolenza mainstream e lo stato rimangono non specificate da Ensler, allo stesso modo lei cancella l’azione collettiva che ha obbligato l’aggiunta degli obiettivi di trasformazione della giustizia per affrontare la sofferenza e la violenza. In più, quel “noi” di cui parla Ensler è indefinito. Ciò sembra intenzionale perché Ensler ha posizionato se stessa al centro dell’organizzazione globale anti-violenza, dove prende per imparare dalle donne indigene viaggiando in giro per il mondo. Per esempio, Ensler dichiara che la sua ispirazione per il lancio del One Billion Rising deriva dalle donne del Congo:

Il 13 febbraio 2013 milioni di persone si sono sollevate e hanno ballato in 207 paesi grazie alla nostra campagna One Billion Rising. Ne consegue che il ballo, come le donne del Cogno mi hanno insegnato, è l’energia più formidabile, liberatoria e trasformativa.

E’ significativo che Ensler abbai scelto di farsi ispirare dal ballo delle congolesi invece che dagli anni  di attento e pericoloso lavoro di comunità e di organizzazione politica contro la violenza e per la giustizia economica.  Le congolesi sono state annesse al One Billion Rising di Ensler. Uno si dve chiedere, come è accaduto? Come una persona può essere inglobata sotto l’ombrello della campagna del One Billion Rising? Se una congolese balla, devono ballare anche tutte le congolesi? Prevedibilmente, non tutte le donne in Congo sono a bordo della campagna di Ensler. Natalie Gyte, in un articolo proprio di quest’anno [2013 ndr] riporta un aneddoto sulla percezione  di Ensler da parte di una donna del Congo:

Ultimamente ho ascoltato una donna congolese che parlava nel contesto informale delle femministe radicali di base. Era radiosamente e splendidamente piena di forza nella sua rabbia senza filtri verso il movimento One Billion Rising, dal momento che ha usato le parole “offensivo” e “neocoloniale”. Ha utilizzato l’analogia tra i passati crimini contro l’umanità, chiedendoci se potevamo immaginare persone che si sollevano sugli scenari delle atrocità e fanno foto o filmati con il proposito di “raccontare la loro storia al resto del mondo”.  Fate un passo in più e provate a immaginare una donna americana, bianca, borghese, istruita che si alza sulla scena per dire ai sopravvissuti di sollevarsi sulla violenza che hanno visto e di cui hanno fatto esperienza attraverso….aspettate un attimo…il ballo. “Immaginate qualcuno che fa questo ai sopravvissuti dell’olocausto”, ha detto

Ensler non è l’unica a fare ciò che Bell Hooks ha definito mangiare l’altro pensiero. E non è l’unica nemmeno nel mettere se stessa al centro delle lotte di altre persone. Citando Andy Smith di nuovo: Le donne bianche non riescono a immaginare un movimento antiviolenza nel quale loro stesse non sono al centro

Il linguaggio di Ensler fondamentalmente maschera un progetto liberale dell’occidente di “dare voce” agli oppressi. Ma come ha detto Arundhati Roy  Sappiamo ovviamente che non esiste nessuno senza voce. I senza voce sono solo quelli che vengono deliberatamente silenziati, o preferibilmente non ascoltati.

Milioni di donne in giro per il Globo si sono e sono organizzate per la loro liberazione. Hanno usato la loro voce per questo. Anche se l’espressione “dar voce” non era problematica all’apparenza, dovremmo essere preoccupate dal fatto che Ensler e le altre cercano di “dar voce” alle detenute, per esempio, senza offrire una sostanziale critica del carcere in sé come forma di violenza.

Anche con una presunta critica del carcere come luoghi di violenza sessuale e fisica, il carcere è ancora indicato da Ensler come inevitabile e immutabile.  Non c’è riconoscimento del fatto che le prigioni sono violenza in e per se stesse. Nella campagna promossa di recente non si accenna che le donne che usano violenza contro chi le abusa spesso si ritrovano intrappolate dentro le stesse prigioni. E’ come se fossero invisibili nella campagna. Non sono detenute anche loro, dunque? Non sono sopravvissute alla violenza anche loro? Cio’ che questo evidenzia è che l’analisi del One Billion Rising sulle origine della violenza nella vita delle persone è troppo semplicistica.

Questo mi porta a essere molto preoccupata sul  One Billion Rising for Justice’s U.S. Prison Project. Con la sua incapacità di interrogare radicalmente il carcere in quanto violenza, la campagna può solo dedicarsi a rendere il carcere un po’ più sopportabile. E mi chiedo se mentre i corpi reali sono rinchiusi in quelli gabbie, qualcuno ne ricava profitto. Ma il pericolo è che questo progetto usa un linguaggio di “trasformazione” e di “giustizia” che lo fa sembrare molto più radicale di quanto lo sia o lo possa essere realmente. Questa è una tiepida riforma mascherata da qualcos’altro…

Io sono una femminista e un’abolizionista del carcere. Ho precedentemente detto che c’era un tempo in cui l’abolizione del carcere era una preoccupazione femminista. I tempi sono cambiati ed è più facile trovare femministe che invocano sentenze per una maggiore e più lunga carcerazione, piuttosto che per la loro fine. One Billion Rising for Justice sembra voler cancellare alcune storie femministe di resistenza al carcere di stato. Sfortunatamente, ha sbagliato strada, una strada che non va lontano.

*Femminismo carcerario è traduzione letterale dell’espressione carceral feminism, con cui la sociologa Elisabeth Bernestein ha definito quelle correnti del pensiero “femminista” che si prefiggono di raggiungere i propri obiettivi – tra cui l’abolizione del sex work –   per via giudiziaria e attraverso il carcere. Secondo la ricercatrice Sune Sandbeck, il femminismo carcerario non va inteso solo come tecnologia di disciplinamento e  di produzione sociale tipica di abolizionisti e fondamentalisti cattolici,  ma è una strategia ben precisa  che sostiene e alimenta il biopotere neoliberale. Per avere un’idea del dibattito sul carceral feminism, dibattito praticamente sconosciuto in Italia, si veda qui

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3 Risposte

  1. […] la Francia, fino ad arrivare in Italia ho parlato qui. Di femminismo carcerario vi parla meglio Incroci De-Generi. Io vorrei farvi la sintesi di tanti post che qui ho scritto e condiviso in cui ho tentato nel […]

  2. […] One billion Rising, Eve Ensler e le contraddizioni del femminismo carcerario* | incroci de-generi. […]

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