Neofondamentalismo e dintorni parte II. Perché salvare la 194 non basta

La legge? Lo so signora che c’è la legge, come no, la famosa 194, che ci protegge, è dalla legge che sto arrivando! Non le dico la trafila per trovare un medico che mi facesse il certificato d’aborto, la trafila per trovare un ospedale che mi mettesse in lista. Finalmente mi mandano a chiamare, vado dentro…obiettavano tutti, signora…obiettavano le infermiere, obiettavano quelli che scopano per terra, quelli delle analisi, come obiettava il cuoco! Ma che… ma che obiettore! Che se non ci fossero state quelle ragazze che hanno occupato il repartino saremmo crepate di fame. Poi è arrivata la polizia, sbatte fuori le ragazze e io mi sono spaventata, mi son detta: con questa legge va a finire che mio figlio mi nasce di 24 anni, mi nasce con già il militare fatto, bello che disoccupato, pronto per emigrare in Germania. E allora sono scappata e ho detto: lo faccio clandestino.

Alla fine degli anni ’70  una Franca Rame in forma smagliante nel monologo Tutta casa letto e chiesa denunciava  l’alto tasso di obiezione di coscienza che, all’indomani della promulgazione della legge 194/78, già rendeva l’applicazione della  stessa un percorso ad ostacoli per aggirare i quali in molte, tra coloro che potevano permetterselo, continuavano a pagare per abortire. Franca Rame portava così in scena una donna alle prese  con un compagno che la “strizzava dappertutto”, sempre  pronto, qualora lei si fosse mostrata recalcitrante ai piaceri di una penetrazione selvaggia, a rimproverarle i complessi delle pruderie dell’onore e del pudore inculcati da una educazione reazionaria, imperialista, capitalistico-massonico-austroungarico-cattolico-repressa, ma che, di fronte ad una gravidanza non prevista, risultava completamente sollevato  da qualsiasi preoccupazione.

In qualche modo,  Franca Rame sembrava recepire l’eco del dibattito animato da Carla Lonzi e dal gruppo di Rivolta femminile che, sin dagli inizi degli anni ’70, avevano manifestato una posizione critica di fronte all’aborto, ritenendolo una pura e semplice concessione del patriarcato, il quale, ben lungi dal mettere in discussione la sessualità tradizionale volta alla procreazione, la riconfermava in pieno scaricando poi sulle donne, e solo su di loro, l’onere di farsi carico di una gravidanza non desiderata e stabilendo i limiti entro i quali poterla interrompere. Ma ogni concessione, come è noto, può essere revocata non appena ragioni ritenute più importanti lo richiedano. Per questi motivi, diversi gruppi femministi osteggiarono la legge che legalizzava e regolamentava l’interruzione volontaria della gravidanza perché non chiedevano  una legge sull’aborto, ma rivendicavano la libertà di abortire e, prima ancora, l’affermazione di una sessualità libera,  non soggetta alle necessità di riproduzione della famiglia e dello Stato, espressioni del patriarcato.  Più o meno negli stessi anni, anche in America  il dibattito aperto dal caso Roe contro Wade aveva portato allo scoperto il conflitto tra scelta e legalizzazione dell’aborto. Grazie al movimento pro-choice era stata resa evidente la grande ipocrisia della retorica sulla legalizzazione, perché una reale libertà riproduttiva va ben oltre il semplice aborto legale e investe le condizioni di vita complessive – relazionali, affettive, ma anche materiali – in cui la donna si trova a vivere.

La legge 194/78 è, insieme allo Statuto dei lavoratori, uno dei risultati delle lotte che, tra gli anni ’60 e ’70, portarono ad importanti conquiste nel diritto del lavoro e di famiglia, ma,  ben lungi dall’avere una portata rivoluzionaria, ha semplicemente messo a tacere le istanze più sovversive e radicali del movimento femminista, perché ha rappresentato una mediazione di quel PCI che,  imboccata la strada della socialdemocrazia, era alle prese con i movimenti operai, studenteschi e femministi che contestavano le organizzazioni partitiche della sinistra istituzionale e sindacali, accusate di riformismo. Inoltre, il boicottaggio alla 194 è cominciato sin da subito, impegnando gran parte delle energie del femminismo italiano in una strenua difesa del rispetto della legge che dura da più di 40 anni. Ed oggi?

Il contesto storico che ha portato alla 194 è profondamente mutato ed il riformismo rimproverato allora alla sinistra istituzionale ha dato i suoi frutti, portando di fatto alla scomparsa della sinistra stessa a causa della sua capitolazione alle ragioni del capitale e al conseguente appiattimento sulle istanze liberiste della destra, che infine ha eliminato la fazione avversaria, fagocitandola. L’ondata neofondamentalista che attraversa oggi l’Europa e l’Italia accomuna la destra cattolica e reazionaria e quella che si ostina subdolamente a chiamarsi sinistra per comodità di schieramento, ma che nei fatti sostiene le stesse politiche neoliberiste e reazionarie, volte alla cancellazione dei progressi raggiunti un quarantennio fa, non solo in materia di diritto di famiglia, ma anche di diritto del lavoro. Ne è riprova il boicottaggio alla risoluzione Estrela portato avanti dagli europarlamentari renziani che, astenendosi dal votare, hanno così favorito le posizioni degli ultracattolici di destra e del movimento per la vita. Del resto, quella che ha  garantito l’esistenza di un cimitero dei feti è proprio la giunta di Renzi, l’acclamato neosegretario del PD che ora vuole somministrare come antidoto alla precarietà un job act già meritatosi  il plauso di Confindustria e della destra italiana.

el capitalismo no se reforma

Il capitalismo non si riforma, si distrugge

A fronte di questo scenario inquietante, dove non esiste più nemmeno uno straccio residuale di dialettica destra/sinistra, limitarsi alla difesa della 194 non ha molto senso, anzi, è controproducente e rischia di avere come risultato l’adeguamento all’indirizzo antiabortista ed abolizionista europeo che altri paesi,  Spagna e Francia in testa, stanno gradualmente recependo nelle loro legislazioni. La stragrande maggioranza – ma per fortuna non la totalità – delle femministe italiane  sono state e continuano ad essere  impegnate – e distolte da altro, per esempio dalla politica economica – nella salvaguardia della 194 da circa quarant’anni: tenute a bada in una battaglia che, a ben vedere, è conservatrice nel senso letterale del termine, perché volta unicamente alla conservazione di una legge senza spostare avanti nemmeno di una virgola il discorso sulla libertà riproduttiva, che rimane confinato entro i limiti angusti della coppia e della famiglia eterosessuale, la cellula di cui necessitano lo Stato nazione e il capitale per riprodursi.

L’unica possibilità di arresto dell’onda neofondamentalista che, spazzata via la sinistra, rischia di travolgere l’Europa,  e noi con lei, non risiede nell’attestarsi su posizioni meramente difensive e di retroguardia, ma nella capacità di spezzare l’ordine del discorso dominante scavalcando i presupposti su cui questo si fonda. Dal momento che la legge sull’aborto è tarata su una sessualità  volta, per dirla con Carla Lonzi, al fine procreativo, più che chiedere la conservazione di uno strumento legislativo che riconferma la funzionalità della donna alla riproduzione sociale, è necessario rivendicare il diritto alla costruzione di una soggettività  che abbia le potenzialità relazionali, affettive e materiali per scegliere se, come e quando procreare e come disporre del proprio corpo, incluso quali parti mettere a valore, senza dover essere costretta a riprodurre l’ordine sociale funzionale a quello economico. Tali potenzialità si fondano tanto su una vita affettiva e sessuale libera dal dogma della procreazione come esclusiva della coppia eterosessuale,  quanto sulla disponibilità di  reddito. Occorre quindi superare una posizione di mera salvaguardia dell’aborto legale e riprendere il dibattito sulla più ampia libertà di scelta da dove è stato interrotto, o meglio strozzato, dal riformismo sinistrorso, connettendo le rivendicazioni attraverso cui  tale libertà può darsi e spingendole più avanti della sola difesa di una legge. Altrimenti, possiamo metterci l’anima in pace e cominciare sin d’ora ad abbassare i cartelloni con cui si chiede a mo’ di supplici di salvare la 194. L’onda lunga del neofondamentalismo, retaggio della santa inquisizione, non conosce pietà.

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