Sulla violenza di genere, cari democratici compagni, cosa e come dire lo decidiamo noi.

autodeterminazione_donne_01L’articolo che segue non avrebbe dovuto essere pubblicato in questo spazio. A fine agosto, la redazione della rivista cartacea La strada aveva chiesto al Laboratorio Le Antigoni di scrivere un pezzo sul recente Dl sicurezza, meglio conosciuto come decreto sul femminicidio, per il numero che sarebbe dovuto uscire a settembre. Non stiamo qui a ripercorrere nel dettaglio la lunga e noiosa epopea dell’articolo che tagliato, ricucito, limato e rattoppato, ad oggi aspetta ancora di vedere la luce sul numero di un settembre ormai trascorso. Quello che però ci interessa sottolineare della vicenda di un articolo abortito senza il consenso di chi l’ha scritto è che, anche da ambienti sedicenti di sinistra, di benecomunisti per la democrazia, le prassi che si mettono in campo quando sono le “compagne” a voler prendere parola hanno lo stesso cattivo gusto dell’autoritarismo che si vorrebbe relegare esclusivamente a destra. Sul pezzo, infatti, sono stati operati tagli arbitrari senza minimamente preoccuparsi di consultare le autrici che, dopo averlo appurato per diretto e insistente interessamento, hanno chiesto invano spiegazione, hanno preteso di intervenire loro stesse sul pezzo e si sono sentite rispondere che alla redazione andava bene la versione rimaneggiata dal “direttorissimo” e che, pertanto, sarebbe stata pubblicata così. Dunque, per alcuni democratici benecomunisti, anche quando si parla di violenza sulle donne, l’ultima parola spetterebbe ad una redazione al maschile che, pur non avendo la benché minima esperienza di militanza femminista, riserva a se stessa il diritto di decidere cosa e come debba essere scritto, imponendo alle “compagne” la sua versione. Tagliare arbitrariamente un pezzo senza contattare chi l’ha scritto, non tenere in alcun conto le rimostranze di chi ha impiegato tempo, energie ed esperienze per farlo, appropriarsi indebitamente del lavoro altrui è già, a nostro avviso, una pratica oltre che autoritaria, violenta. Ed è per questo che, non avendo intenzione alcuna di piegare il capo e di avallare in questo modo pratiche che aborriamo, ci riprendiamo l’articolo e lo pubblichiamo integralmente in maniera autonoma. Cosa e come dire lo decidiamo noi.

Decreto sicurezza, alias sul femminicidio: un pacco di misure urgenti per il bene comune del Paese.

Lo scorso 8 agosto il Consiglio dei ministri  ha approvato un decreto legge,  Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, discusso il 20 agosto a parlamento deserto e che, mentre scriviamo, sta seguendo l’iter parlamentare per essere convertito in legge. La veloce approvazione del decreto, subito ribattezzato  “sul femminicidio”, ha fatto leva su  una emergenza  costruita mediaticamente, considerato  che non disponiamo di dati ufficiali a riguardo perché in Italia non esiste un Osservatorio sulla violenza di genere atto a monitorare il fenomeno, nonostante l’ Italia abbia ratificato nel lontano 1985 la convenzione Onu per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, meglio nota come CEDAW, che ne prevedeva l’istituzione immediata. Ma c’è di più. Gli articoli che riguardano  la violenza di genere, 5 su 12,  sono quelli che vengono esposti prima e su cui viene focalizzata l’attenzione dai media, ma a questi  seguono altri  che con il femminicidio non hanno nulla a che vedere. Ci riferiamo, solo per citarne alcuni, a: disposizioni finanziarie che autorizzano la spesa di circa 6 milioni e 300.000 euro (per il solo 2013) per forze di polizia e forze armate;  proroga per ulteriori tre anni della possibilità dell’arresto  “in flagranza differita” in occasione di manifestazioni sportive; utilizzo delle forze armate nel controllo del territorio e inasprimento delle pene per la violazione dei cantieri;  aggravanti al reato di furto di componenti metalliche o altro materiale di infrastrutture fino alla reclusione; blocco della contrattazione economica e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti e, infine, norme sulla gestione commissariale delle province. Dunque, il decreto apre con la violenza di genere, continua con disposizioni in materia di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, si avvia alla chiusura con la proroga del blocco della contrattazione economica e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti e conclude con la gestione commissariale della province, accennando  in più di un passaggio alla disposizioni, già in fase di attuazione, della spending review.

 Ne deriviamo quindi che  la violenza di genere continua ad essere brandita come arma di distrazione di massa, secondo la linea intrapresa sin dal suo primo apparire da questo governo.  Da destra a sinistra, dalla presidente della camera Laura Boldrini alla  consigliera per le politiche di contrasto alla violenza di genere Isabella Rauti, questo  governo, attraverso le sue donne, si stringe in un caldo  abbraccio bipartisan e, mentre l’attenzione è dirottata su una presunta emergenza,  si continua silenziosamente con la macelleria sociale e si perfezionano le contromisure di criminalizzazione del conflitto  e di repressione del dissenso.  Ci chiediamo che fine abbia fatto la sinistra, la quale, invece di porsi in continuità con le istanze che, attraverso le lotte, storicamente hanno determinato i processi di emancipazione femminile, si autocompiace per un decreto autoreferenziale, approvato in tutta fretta nella canicola delle ferie d’agosto, senza  avvalersi del contributo di associazioni, collettivi e singolarità che da anni sono impegnati  nel contrasto alla violenza di genere e senza nemmeno rendere il testo immediatamente disponibile per una riflessione collettiva e partecipata. Una sinistra che, agitando la scatola vuota del pe–ops-bene comune del Paese, che si tratti di femminicidio, di migrazioni o di movimenti di protesta nati dal basso, non riesce a far altro che dare una risposta securitaria a presunte emergenze, continuando a seguire un andamento chiaramente destrorso.

Occorre sottolineare, a tal proposito, che le disposizioni urgenti per il contrasto della violenza di genere  ammettono l’ azionabilità d’ufficio  del procedimento in caso di violenza domestica, autorizzando le forze dell’ordine ad intervenire anche su segnalazione anonima e non confermata dalla vittima, e prevedono la non revocabilità della querela per atti persecutori. Il che significa, tradotto in soldoni, che alla donna viene affibbiata una sorta di incapacità di intendere e di volere in virtù della quale si rende necessario l’intervento istituzionale a tutelarla sovrapponendosi alla sua volontà e poco importa se questo intervento sia radicato in una cultura autoritaria e paternalista, patrimonio a quanto pare non più esclusivo della destra, ma ampiamente condiviso anche a sinistra,  che concepisce le donne in posizione di subalternità, deboli,  indifese, incapaci di decidere per sé  e pertanto bisognose di tutori.  Tale indirizzo legislativo, invece di appianare la dicotomia  uomo/donna, da sempre foriera di conflittualità, la rinforza, incarnando nel termine maschile lo Stato e la sua autorità insindacabile. Come dire, lo Stato è maschio e a lui spetta l’ultima parola sul corpo delle donne. Non sarà allora un caso che  non vengono contemplate risorse per misure di prevenzione, che agiscano non solo sulla  sottocultura sessista  che permea l’immaginario collettivo di questo Paese, ma che concorrano anche ad eliminare quella dipendenza  economica che troppo spesso è l’unico collante a tener legata una donna al marito/compagno, anche quando questo è il suo persecutore. Insomma, non viene stanziato un centesimo per il potenziamento dei centri antiviolenza, gestiti da e per le donne e ormai allo stremo per i continui tagli ai finanziamenti, di un Osservatorio sulla violenza nemmeno l’ombra , non è previsto un piano per la formazione  di professionalità specificatamente deputate a trattare con le vittime della violenza di genere e/o di tutte quelle figure che lavorano nella scuola, cui pure viene richiesto, a parole, un impegno attivo sul piano culturale. Da parte nostra aggiungiamo che non solo non vengono disposte risorse materiali concrete per il contrasto alla violenza di genere, ma, cosa ben più grave, non si prevede alcuna misura volta ad eliminare la precarietà, la disoccupazione, la povertà, la dipendenza economica e a creare reddito, il mezzo che, forse più di tutti,  rende possibile un percorso autonomo di uscita dalla spirale della violenza.

Al termine di questa breve rassegna  riteniamo di poter concludere senza timore di sbagliarci che al governo non interessi  assolutamente combattere la violenza di genere perché questo, in fin dei conti, è un cavallo di battaglia cavalcato agilmente, tanto a destra quanto a sinistra, per legittimare politiche autoritarie, repressive e securitarie che si rendono sempre più necessarie nell’attuale fase di  trasformazione del sistema capitalista. La diffusa precarizzazione del lavoro, lo smantellamento del welfare, la speculazione finanziaria,  il saccheggio dei territori attraverso  l’imposizione di opere faraoniche sovvenzionate con denaro pubblico a beneficio di imprese private, stanno accendendo ovunque focolai di opposizione e di resistenza e sono proprio questi a rendere urgenti pacchetti sicurezza volti a contenere e reprimere il malcontento quando assume la forma dell’aperto  dissenso e della protesta organizzata.  Utilizzare la violenza contro le donne come cassa di risonanza per legittimare la criminalizzazione del conflitto sociale e la sua repressione in nome di un non meglio specificato “bene comune del Paese” fa parte di una vecchia e abusata strategia  che conosciamo fin troppo bene. Pertanto, da parte nostra, ci rifiutiamo di prestare i nostri corpi perché siamo usati come tamburi ad amplificare le retoriche che alimentano questa  subdola propaganda di regime, alla quale ci opponiamo con tutte le nostre forze,  schierandoci  tra coloro  che lottano per  diritti elementari  di tutte e tutti come quali quello  alla salute, al reddito, all’abitare, alla cultura e in difesa dei territori dal saccheggio rapace del capitale. Rispediamo al mittente questo che,  più che un pacchetto di misure urgenti, è un vero e proprio pacco quanto a politiche di contrasto alla violenza di genere e ci uniamo al coro delle tante donne, femministe  militanti e non, che dal basso hanno risposto con fermezza: not in my name.

Laboratorio Le Antigoni

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2 Risposte

  1. Per questa volta, lascio passare il commento, anche se ciò che si afferma non corrisponde esattamente al vero, ha carattere di illazione (si afferma infatti che la scrivente ha accusato la redazione di autoritarismo e molto altro ancora, cioè? non c’è nessuna traccia di molto altro ancora nel post, questa è un’illazione) ed è spesso contraddittorio. Lo dimostra il semplice fatto che abbiate sentito il bisogno di specificare “come il fatto sia privo di sussistenza in quanto il numero della Strada che avrebbe dovuto contenere l’articolo, non è stato ancora pubblicato né on line né in formato cartaceo. Insomma l’accusa è stata mossa quando ancora si era in fase di compilazione”. E perché, il post cosa dice, che era già stato pubblicato? Leggendo con più calma e con più attenzione, vi sareste accorti che invece si è affermato “ad oggi aspetta ancora di vedere la luce sul numero di un settembre ormai trascorso”. E questa è solo una delle tante. Per cui, ripeto, per questa volta la lascio passare. Ma non avendo nessuna voglia di perdere altro tempo, alla prossima, illazioni, dichiarazioni mendaci e contraddittorie non passeranno il varco. Saluti.

  2. Il presente articolo firmato e successivamente condiviso sul profilo facebook pubblico del Laboratorio Le Antigoni è stato l’oggetto di una disputa senza fine tra gli autori/trici del suddetto e il giornale sul quale sarebbe dovuto essere pubblicato.
    Una disputa nata da un errore di comunicazione, seguito dalla non volontà di risolvere e chiarire l’incomprensione di fondo.
    Innanzitutto ci preme sottolineare come il fatto sia privo di sussistenza in quanto il numero della Strada che avrebbe dovuto contenere l’articolo, non è stato ancora pubblicato né on line né in formato cartaceo. Insomma l’accusa è stata mossa quando ancora si era in fase di compilazione.
    Volendo comunque assecondare, per poche righe, chi evidentemente ha tempo ed energie per ragionare su supposti eventi indubbiamente pretestuosi, ci apprestiamo a manifestare con la più semplice chiarezza la cavillosità di un atteggiamento che non ci appartiene. Anzi, ci offende. Come attivist* del C.S.O.A Zona 22 e come collaboratrici e collaboratori del progetto La Strada ci sentiamo in dovere e in diritto di esternare il nostro dissenso dall’accusa pubblica mossaci dal Laboratorio le Antigoni
    Per la cronaca riportiamo, di seguito, la versione della “vicenda” inserendo le parti mancanti per consentire ai lettori di comprendere come un banale errore di comunicazione si sia trasformato in un “atto autoritario e violento”.
    La Strada, giornale d’informazione sulle questioni locali, nazionali ed internazionali, nasce a San Vito Chietino dove ha la sua sede fisica e attraversa gli umori politici ed umani Il C.S.O.A Zona 22.

    Si tratta di un’esperienza nuova, partecipata ed orizzontale di fare informazione e insieme auto-formazione.
    Non ha né direttore né redazione, ma è costruito in maniera assembleare da chiunque voglia parteciparvi. Per questo, nella pratica, per la redazione di ogni numero, si procede di norma leggendo di persona in assemblee aperte gli articoli scritti, per un fecondo confronto reciproco.
    L’articolo in questione, lungo più di 8200 caratteri, quando una pagina del giornale ne conta massimo 5000 (cosa che era stata comunicata ed alla quale era stata concessa, verbalmente, una deroga che però è stata interpretata in maniera esageratamente estensiva) è stato tagliato per motivi di spazio e di difficoltà “comunicativa”.
    Tagliato nella bozza, per essere esatti, di 120 parole nella parte concertata in assemblea. Poi, come sempre, è stato postato all’addetta all’impaginazione e la stampa, e lì se ne sarebbe potuto discutere ulteriormente, anche derogando al principio, sacrosanto, che l’assemblea è di chi vi partecipa, e deleghe non sono accettabili perché contrarie allo spirito dell’accrescimento reciproco.
    Per quanto ci concerne è stata effettuata una sintesi migliorativa che non è stata accettata dall’autore/trice che, in tutta risposta e senza possibilità di replica, ha accusato di autoritarismo e molto altro ancora la Strada a lavori non ancora ultimati.
    È sacrosanto il diritto di un autore o un’autrice di non accettare una correzione al proprio scritto da parte di un’assemblea, quello di replicare e al limite quello di ritirarne la pubblicazione.
    Ma, se non si è disposti ad accettare delle critiche di tipo “stilistico” o “lessicale” e a confondere quest’ultime per violenza e autoritarismo, allora la questione è ben altra. Se poi le critiche non vedono neanche la luce se non di straforo o per interposta persona, allora non vediamo che utilità possano avere.
    Ci sembra esagerato accusare ingiustamente chi si prodiga per un’attività importante come quella della Strada.
    Militanti, attivist* e “scrivan*” all’occorrenza e ancor prima esseri umani che, di tanto in tanto, possono incappare in errori di comunicazione e sfociare in fraintendimenti.
    Scorrendo le pagine on line del giornale http://sanvitobenecomune.wordpress.com/la-strada-3-numero/ si troveranno tutti gli articoli pubblicati e stampati ad oggi. Qualsiasi mente converrà con noi nel definirne la redazione de la Strada come “una compagna”. Tutt’altro che autoritaria e violenta.
    Premettendo la stima e la fiducia profonda che fino a questo momento noi come militanti di Zona 22 e collaboratori/trici della Strada abbiamo rivolto nei confronti di chi si impegna nelle varie attività portate avanti da Le Antigoni, auspicavamo un atteggiamento sereno e predisposto al chiarimento evitando così lo sperpero di energie preziose meglio incanalate se volte alla comprensione.
    Questa è stata la strada tentata verbalmente, con vani risultati dato che ci troviamo costrett* a dover formulare comunicati di questo tipo paradossalmente rivolti alle/ai nostr* stess* “compagn*” a cui chiediamo una smentita per le pesanti ed infondate offese ricevute.
    Zona 22 e La Strada

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