Se Dio è violent Muraro è irrecuperabile. E mi molestano entramb

dio_e_violent_-_luisa_muraroDevo ammettere che Luisa Muraro – o chi per lei – sa scegliere bene i titoli dei suoi libri. Se ho deciso di leggere il brevissimo pamphlet, meno di 80 pagine, dal titolo Dio è violent pubblicato nel 2012 da Nottetempo, è stato infatti anche perché, lo ammetto, incuriosita dal titolo e dalle recensioni positive di alcune aree di movimento. Avevo lasciato Luisa Muraro incartata negli stucchevoli panegirici del genere femminile del penultimo  lavoro del 2011, Non é da tutti,  mentre cantava l’indicibile fortuna addirittura di nascere donna, completamente dimentica della lezione di Simone de Beauvior, cioè che donna non si nasce, ma, ahinoi, si diventa.   Pensavo che, illuminata dall’ormai celeberrima scritta sul muro di Lecce Dio è violent e mi molesta,  si fosse ravveduta ed allontanata, come a suo tempo fece Adriana Cavarero, da certe posizioni del femminismo della differenza che vorrebbe tutte le donne portatrici di un’aura metafisica di superiore moralità che le renderebbe immuni alla violenza, anche quando la subiscono dalla famiglia e dallo Stato. Invece niente, Muraro è irrecuperabile, anche quando parte dalla constatazione di un dato di per sé condivisibile: cioè che è venuta meno la narrazione salvifica del contratto sociale e che tale venir meno non è imputabile tanto ai cittadini e alle cittadine, quanto allo Stato. Allora, qual è la risposta di Muraro? Un generico ritirare il suo tacito consenso all’ordine che regola la convivenza. E dirsi, con un atto interiore che avrà delle conseguenze pratiche: io non ci sto, non do più credito alle leggi e alle autorità costituite, mi riprendo l’intera disponibilità di me e della mia forza, devo amministrarla io, poca o tanta che sia, e mi do la licenza di usarla
Dunque, la  risposta della filosofa, ma mi verrebbe da dire la sofista, è una sorta di individualistica illegalità di massa, in virtù della quale ciascuna/o agisce per sé – io mi riprendo, mica noi ci riprendiamo –  come individuo, senza alcuna progettualità né  forma di organizzazione politica che abbia degli obiettivi e sappia più o meno dove voglia andare a parare. Probabilmente la filosofa ignora che questa individualistica illegalità di massa, senza organizzazione e progettualità, senza un sentire e un agire comune, ha come esito diretto e immediato una collezione di denunce a proprio carico, quando va bene.
Sul finire del pamphlet, ecco che ritorna, immancabile, il leit motiv dell’eccellenza femminile, che arriva a sconfinare nella necessità di un’autorità femminile. Sì, proprio così, un’autorità femminile per correggere l’unilateralità mutilante dell’eredità culturale, avendo chiaro che l’autorità non va confusa né con il potere, da una parte, né con il prestigio dall’altra. A parte il fatto che di autorità e autoritarismi ne abbiamo già abbastanza e che quindi non sentiamo il bisogno di un’altra, rosa o di altro colore che sia, ci piacerebbe a questo punto capire, se non è potere e prestigio, cosa sia questa auspicata autorità femminile. Ma questo non è dato sapere, si va avanti senza perdere tempo per chiarire e si approda al consueto lido, che è quello della superiorità femminile,  un tormentone differenzialista e separatista che mi molesta esattamente come le dinamiche patriarcali cui il separatismo di genere è speculare.  In questo caso, ci viene anche fornita una motivazione storica: In pratica, voglio dire che tocca alle donne riformulare la questione della violenza e sollevarla pubblicamente con la radicalità che oggi s’impone, nell’urgenza in cui siamo di aprire un nuovo racconto per la convivenza umana. Le donne sono in posizione per sapere tutta la parte di frode che c’è nel racconto moderno del contratto sociale e nel principio del monopolio statale della violenza. Lo sanno per una duplice, opposta competenza: quella che dà loro l’esser dentro-fuori del contratto sociale e quella che dà loro la frequentazione intima della violenza sessuale, la violenza cioè che le colpisce a causa del fatto che sono di sesso femminile. Sull’ultimo punto si potrebbe anche essere d’accordo in linea teorica, non fosse che tali asserzioni sono puntualmente smentite dalla prassi delle non poche donne che avallano la parte di frode che c’è nel racconto moderno del contratto sociale e che sostengono il monopolio statale della violenza. Ne é riprova il recente decreto legge chiamato subdolamente antifemminicidio, voluto, sostenuto e salutato con entusiasmo da molti celebri nomi femminili, da Laura Boldrini a Cristina Comencini, nonostante strumentalizzi la violenza di genere per rinsaldare il monopolio statale della forza.

Quello che, in definitiva, manca a questo pamphlet è la complessità di un’analisi politica che non si fermi alla dimensione interiore degli ordini simbolici, tanto cari a Muraro. Del resto, in una intervista audio al laboratorio filosofico sofiaroney, lei stessa dichiara candidamente che se coloro che fanno le riforme non hanno idee, è meglio che non facciano niente, dimostrando così di non aver compreso che quei coloro citati in maniera vaga, guardandosi bene dal prendere posizione, a differenza di lei le idee ce le hanno e sono molto chiare ed evidenti, dato che hanno l’obiettivo manifesto di cancellare diritti conquistati al prezzo di dure lotte e riportare così la società a condizioni di vita e di lavoro ottocentesche. L’uso della violenza non è casuale, ma mira a reprimere ogni istanza che si opponga. Possibile che una filosofa autorevole, che straparla di autorità, non se ne sia accorta?
Il finale è memorabile e del tutto in linea con gli ordini simbolici materni cui la nostra è tanto affezionata. A proposito del grado di violenza a suo giudizio legittima perchè l’azione sia efficace (quale azione, di cosa stiamo parlando?) la risposta è Quando è il caso di decidere come comportarci, regoliamoci come fanno le cuoche con il sale:”Quanto basta”.
La similitudine con la cuoca è veramanente esemplificativa dell’immaginario simbolico della Muraro: un immaginario datato anni 50, in cui lo spazio della donna è la casa, più precisamente la cucina. La competenza e l’ autorevolezza femminili si vedono ai fornelli, di cui la donna, in quanto tale, è padrona assoluta, per cui, quando ci si rivolge ad un pubblico che si presuppone essere per buona parte femminile, meglio attingere a un repertorio di immagini familiare e di facile comprensione, qual è quello culinario.  Solo che regolarsi con il sale e con il tritolo non sono esattamente la stessa cosa. E un’associazione del genere è, oltre che ridicola, estremamente pericolosa. Magari Muraro ha pure la domestica filippina e nemmeno si prende la briga di cucinare. Non c’è altra  spiegazione per una similitudine tanto infelice e scellerata quale quella tra uso del sale e uso della violenza. In entrambi i casi, la filosofa, chiusa nella sua torre d’avorio, non sa di cosa parla.

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