Un pacco di misure urgenti, ovvero il decreto che c’è, ma non si vede.

Nel momento in cui scrivo, il pacchetto di misure urgenti approvato ieri dal Consiglio dei ministri  e subito ribattezzato decreto sul femminicidio non è ancora stato diffuso. C’è, ma non si vede. E’ dato conoscere solo un comunicato diffuso dal governo, che trascina con sé il giallo dell’articolo 10 oppure 8 oppure non si sa  recante Norme in materia di concorso delle forze armate nel controllo del territorio e per la realizzazione del corridoio Torino-Lione,  nonché in materia di istituti di pena militari. In attesa di poter leggere il testo  integrale, mi preme fare qualche considerazione da unire a quelle che ho letto fino ad ora.  Non mi dilungo a spiegare quale sia la mia posizione sulla parte che riguarda specificatamente la prevenzione e il contrasto sulla violenza di genere perché sostanzialmente concordo con le analisi del blog Abbatto i muri  e a quelle rimando.

Innanzitutto, il decreto viene approvato l’8  agosto, in piene vacanze estive, secondo una modalità a cui  siamo  avvezz* ormai  da tempo. Quindi, partono  le fanfare della propaganda (e anche questo è un leit motiv che conosciamo bene) che lo ribattezzano immediatamente decreto contro il femminicidio. Non è così, non si tratta di un decreto interamente volto a prevenire il femminicidio.  Le norme in materia di violenza di genere sono quelle che vengono esposte prima e su cui viene focalizzata l’attenzione, ma a queste  seguono altre  tre direttive. Senza addentrarci in un esame particolareggiato delle stesse, evidenziamo   però che  Il Consiglio ha approvato in esame definitivo, a seguito del parere espresso dalle Commissioni parlamentari e dal Consiglio di Stato, un regolamento che proroga il blocco della contrattazione economica e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti. Il provvedimento rende possibile però la contrattazione normativa per il pubblico impiego, così come espressamente richieste dalle Commissioni Parlamentari. L’adozione del regolamento si rende necessaria per la particolare contingenza economico-finanziaria, che richiede interventi non limitati al solo 2013, i cui effetti sono stati già scontati sui saldi di finanza pubblica. Sussistono infatti condizioni di eccezionalità tali da giustificare la proroga al 31 dicembre del 2014 di una serie di misure in materia di pubblico impiego, comunque con un orizzonte temporale limitato, come richiesto nei pareri delle Commissioni parlamentari che hanno espresso parere favorevole sul provvedimento con la condizione che si sblocchi la contrattazione normativa.

Dunque, ricapitolando, il decreto apre con la violenza di genere, continua con disposizioni in materia di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica e si avvia alla chiusura con la proroga del blocco della contrattazione economica e degli automatismi stipendiali per i pubblici dipendenti, accennando  in più di un passaggio alla disposizioni, già in fase di attuazione, della spending review.  Il dibattito, se vogliamo proprio insistere a chiamarlo così, è però tutto concentrato sul capitolo riguardante la violenza di genere e questo anche grazie ad una strategia comunicativa che, da Letta a Boldrini, si autocompiace degli obiettivi raggiunti nelle politiche di contrasto alla violenza di genere, però   confonde le acque e glissa sui provvedimenti securitari che interessano anche la contestazione di opere imposte a forza come il Tav  e tace sui blocchi alla contrattazione economica dei dipendenti pubblici, fra i quali ricordiamo l’esercito di insegnanti precari e precarie ai/alle quali, dal prossimo anno scolastico non verranno più nemmeno retribuite le ferie maturate e non godute.

Dunque, la violenza di genere continua ad essere usata come distrattore di massa, secondo la linea intrapresa da questo governo sin dal suo primo apparire: mentre l’attenzione è dirottata su una presunta emergenza,  si continua silenziosamente con la macelleria sociale e si perfezionano le contromisure di repressione del dissenso. Con una mossa ulteriore,  che è quella di non rendere immediatamente disponibile il testo integrale del decreto, cosicché coloro che non vogliono mandare il cervello in vacanza ad agosto, ma insistono nel voler continuare ad esercitare il loro diritto di critica, sono costrett* a rimbalzare da un link all’altro, da una notizia più o meno certa alla sua smentita, in una confusione che azzera la possibilità di un reale contraddittorio. Il governo si autocompiace nella sua autoreferenzialità, le femministe da salotto ci raccontano di essersi alzate felici stamattina, appagate da una felicità intima e personale e non facciamo fatica a crederlo, perchè invece noi  precarie, sottopagate, disoccupate,  migranti, trans, puttane  siamo spinte sempre più violentemente nel fosso della  miseria, del ricatto e della repressione,  brodo di cultura di ogni forma di violenza, in primis quella di Stato. Silenziate a forza, private della possibilità di replicare. E ci vengono ancora a parlare di democrazia?

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