Il coraggio di una donna, prima che di una madre

Una Donna

Una Donna (Photo credit: FotoRita [Allstar maniac])

Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perché, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo ad essere noi stessi.

Sono queste, forse, le parole che meglio riassumono il romanzo autobiografico Una donna, scritto da Sibilla Aleramo nel 1902 e pubblicato nel 1906.
Della Aleramo, al secolo Rina Faccio, conoscevo alcuni tratti, ad oggi divenuti leggendari, della sua passionale vita: la militanza femminista, la frequentazione degli ambienti culturali d’avanguardia del primo Novecento, gli amori con uomini molto più giovani di lei, tra cui quello con Dino Campana, reso celebre dalla pellicola Un viaggio chiamato amore, con la regia di Michele Placido.
Soprattutto un particolare della vita di Sibilla da sempre mi lasciava perplessa, pregiudicando la mia attenzione per una scrittrice, più poetessa che romanziera, che però non conoscevo per lettura diretta. Mi riferisco a quello che viene definito comunemente l’abbandono del marito e del figlio, ancora bambino. Se l’allontanamento dal tetto coniugale mi sembrava più che legittimo in un’epoca in cui non esisteva giuridicamente il divorzio, non riuscivo a spiegarmi come fosse possibile che una donna potesse decidere di lasciare un figlio ancora bambino senza scrupolo alcuno, semplicemente per inseguire le proprie passioni. Il giudizio sulla Aleramo-donna pesava quindi sulla Aleramo-scrittrice, senza che mi rendessi conto che in realtà quel giudizio era originato da una parola chiave ricorrente quando si parla della vita della scrittrice, ma che lei non ha mai usato riferendosi a suo figlio, se non per negarla: abbandono.
In realtà Una donna è il testamento spirituale di una madre coraggiosa a un figlio da cui è stata costretta a separarsi a causa di una famiglia e di una società bigotte, ipocrite e ciecamente maschiliste che l’hanno messa di fronte a un bivio: rinunciare al bambino o a se stessa. In questo sua opera prima, scritta per spiegare le sue ragioni al figlio dal quale non riceveva più notizie, la Aleramo ripercorre le tappe della sua esistenza, da un’infanzia tutto sommato felice e vivace, seppur segnata dall’avanzare della follia della madre, a un matrimonio riparatore di un abuso sessuale, concluso da adolescente senza alcuna consapevolezza e in breve rivelatosi la tomba della gioventù e di ogni anelito alla felicità.
Le vicende personali vengono trasfigurate dall’io-narratore nella rappresentazione della crisi che scosse la società borghese a cavallo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, quando l’istituto patriarcale cominciò a traballare, colpito dal malessere di quelle donne che non sopportavano più il ruolo ancillare e di cura al quale erano tradizionalmente destinate, senza poter scegliere autonomamente il percorso di una propria realizzazione.
In quegli anni cominciarono le rivendicazioni a gran voce di alcuni dei diritti fondamentali della persona, come quello all’istruzione e al voto, aprendo la strada a quel movimento di emancipazione che avrebbe portato la donna a godere della potestà genitoriale che, giova sottolinearlo, la Aleramo non poteva esercitare dal momento che questa ha sostituito la patria potestà solo nel vicino 1975, con la riforma del diritto di famiglia, quando venne anche abolita la potestà maritale.
E’ significativo e degno di riflessione che ancora oggi, nel discorso comune, il potere-dovere soggettivo di provvedere alla prole sotto ogni aspetto venga definito patria (e non, come dovrebbe, genitoriale) potestà. Il linguaggio corrente, usato nel quotidiano, segue dunque a stento l’evoluzione del diritto e non è un caso, considerato che ancora oggi alla donna, in Italia, non è consentito il privilegio tutto maschile di dare il suo cognome ai propri figli.
Sibilla Aleramo, dunque, non godeva della potestà genitoriale, ma era sottoposta alla potestà maritale, per cui lasciare il marito comportava rinunciare al figlio, il che non significava abbandonarlo, ma doversene separare qualora, come a lei accadde, il coniuge non le avesse consentito di poterlo vedere. A nulla valsero i suoi disperati ricorsi ad avvocati che tutelassero un diritto che la legge non le riconosceva. Quale alternativa avrebbero potuto avere le donne che, come lei, erano oppresse da mariti dalla cui volontà dipendevano la quantità e la qualità delle occupazioni, degli interessi e delle frequentazioni? Lascia attonite apprendere dalla penna della scrittrice che non le fu possibile nemmeno beneficiare di una cospicua somma lasciatale in eredità da un zio, perché il marito non volle firmare l’assenso alla riscossione.
Allontanata dall’accesso all’istruzione, limitata nell’esercizio dei diritti, costretta in una condizione di dipendenza economica, la donna vedeva così risolvere la sua identità esclusivamente nel ruolo di madre. Cercare una realizzazione “altra” poneva la donna, da sola, di fronte a una drammatica scelta alla quale in molte finivano per sottrarsi non potendola sostenere né materialmente né emotivamente. Rinunciare a se stesse per non rinunciare ai figli si prospettava allora come l’unica possibilità di sopravvivenza alla quale le donne finivano per capitolare molto spesso con drammatiche conseguenze psicologiche che sfociavano non di rado in follia e demenza senile, come ci testimonia non solo la stessa Aleramo attraverso il racconto del disagio psichico della madre, ma anche altre autrici i cui nomi e le cui opere sono travolte da un sintomatico oblìo.
Valga in questa sede ricordare almeno il nome di Anna Banti e l’affresco della società di inizio Novecento da lei tracciato ne Il Bastardo, pubblicato nel 1953 e ora fuori catalogo. Le atmosfere asfittiche e opprimenti descritte da Sibilla Aleramo sono le stesse di cui racconta Anna Banti, così come l’incombere della follia e della demenza della madre della Aleramo ricalcano esattamente le fasi del declino delirante di donna Elisa de Gregorio, una delle vittime eccellenti dell’egotismo maschilista de Il Bastardo. In entrambi i casi, il passaggio da una vivacità intellettuale che attende di essere vista e riconosciuta alla clausura di una vita matrimoniale segnata da solitudine e tradimenti conduce alla malattia psichica la donna, impotente e sola nella sua disperazione, in una concatenazione di eventi dolorosi che inevitabilmente ricadono sulle figlie e sui figli, perpetuandosi.
Sibilla Aleramo non volle rassegnarsi a un destino di abnegazione e sofferenza che sentiva l’avrebbe condotta nella stessa clinica dove era morta sua madre. Agitata da un irrefrenabile impulso alla vita e all’amore, ha avuto la forza e il coraggio di sottrarsi a un vincolo, quello matrimoniale, vissuto come un giogo, pagando lo scotto della rinuncia al figlio, al quale non si illudeva di poter garantire serenità attraverso una dolorosa quanto folle negazione di sé.
Una donna è stato scritto espressamente per quel figlio tanto amato, al quale Sibilla aveva consacrato la sua acerba giovinezza e dal quale aveva accettato di separarsi per non immolare invano tutta una vita sull’altare del patriarcato. Incalzata dall’urgenza di raccontare, di incidere sulla realtà, la Aleramo ha costruito una narrazione in cui si intersecano l’autobiografia e il romanzo di denuncia sociale che travalica i confini del personalismo e si spinge a colpire come monito la coscienza delle lettrici e dei lettori
A distanza di più di cento anni, a noi lettrici del XXI secolo spetta raccogliere quel monito e mantenerne viva la memoria, per non dimenticare quanto sia stato faticoso e sofferto il cammino verso l’emancipazione delle donne che ci hanno precedute, affinché anche oggi, che ci sentiamo più libere rispetto a loro, non abbassiamo mai la guardia, accecate dalle luci di un protagoniso e di una ribalta che il più delle volte sono solo illusori.

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