Dedicato a Sylvia Plath

oJjfHA volte i libri vivono di vita propria e, oltre la storia che raccontano, maturano una storia per così dire personale. Così, nel mio caso, è accaduto per  La campana di vetro, unico romanzo auto-biografico della poetessa americana Sylvia Plath. Lo avevo acquistato qualche anno fa, attratta dai contenuti efficacemente riassunti nella quarta di copertina: l’asfissiante apprendistato alla vita della giovane Esther – sotto cui si cela l’autrice – durante gli anni del maccartismo, la sua recalcitranza all’ipocrisia di una educazione che relega la donna ai margini della società, l’esperienza del manicomio e dell’elettroshock. Ma la lettura mi aveva subito annoiata, l’avevo trovata pesante e ostica, per cui, come è mia abitudine, l’avevo immediatamente messa da parte. Qualcosa però mi aveva lasciato l’amaro in bocca, dal momento che non era riuscita ad archiviare il romanzo come se niente fosse e, in fondo in fondo, sapevo che sarebbe arrivato il momento che le avrei, o mi sarei, concessa un’altra possibilità. Il libro è rimasto per anni a fare bella mostra di sé sulla libreria della mia scrivania, con la sua copertina nelle tonalità dell’azzurro, il colore delle scariche dell’elettroshock, fino a quando di scatto l’ho preso in mano e ho cominciato a leggere. In un attimo sono arrivata alla pagina dove mi ero arenata anni prima e quella pagina portava ancora l’orecchio che gli avevo fatto prima di abbandonarmi al sonno:
Il professore di tanto in tanto in tanto mi lanciava un’occhiata e vedendomi intenta a scrivere mi rivolgeva un lieve sorriso di affettuoso apprezzamento. Credeva, temo, che stessi scrivendo tutte quelle formule non per la scadenza degli esami, come le altre ragazze, ma perché la sua esposizione mi affascinava talmente che io non potevo fare a meno di prendere appunti.
D’improvviso ho realizzato: Sylvia Plath ti tocca direttamente le corde dell’anima, arriva affilata come una lama a ferire quel nucleo di emozioni represse alle quali non si ha il coraggio di concedere diritto di cittadinanza. Quante volte, come Esther/Sylvia, mi sono prestata a compiacere le aspettative degli altri, soffocando le mie? Quante donne hanno strutturato e continuano a strutturare la loro vita sul compiacimento forzato alle altrui necessità? La Plath mi aveva stuzzicata nel punto che mi faceva più male e io non l’avevo sopportato, abbandonando la lettura. Ma quando ho preso atto della mia campana, che avendo la trasparenza del vetro sembrava invisibile, pur non mancando di togliermi aria vitale, quando ho cominciato a prendere con foga a martellate quella campana, allora ho ritrovato il libro lì dove lo avevo lasciato, che aspettava il momento di essere letto. Mi stava chiamando.
La Plath tiene avvinto il lettore e ancor più la lettrice con una scrittura ipnotica, magistralmente tradotta in italiano nel 1968 da Daria Menicanti per Mondadori. Una traduzione che, ad oggi, suona lievemente arcaica. La patina di arcaismo conferisce un ulteriore grado aulico a uno stile dannatamente poetico che si piega alle esigenze prosastiche della narrazione. Così, lo stile trasognato e incredulo che tratteggia una protagonista ancora acerba e ingenua, diventa allucinato e ambiguo nella descrizione della follia e termina con una tensione vibrante e irrisolta, così come irrisolto rimane il conflitto della protagonista nel finale.
Un romanzo che è un presagio, perché venne pubblicato nel 1962, l’anno prima che la Plath decidesse di farla finita. Se solo avesse aspettato qualche anno prima di infilare la testa nel forno, Sylvia Plath avrebbe avuto la conferma di ogni sua singola constatazione che invece, nell’ottusa caccia alle streghe del maccartismo anni 50, le erano costate l’internamento e l’elettroshock, mentre, attonita, assisteva all’esecuzione dei Rosenberg e alle lobotomie che privavano per sempre delle emozioni intere schiere di intellettuali. Basti pensare alla neozelandese Janet Frame, scampata per miracolo alla lobotomia grazie alla vincita di un premio letterario, o alla nostra Alda Merini, salvata dalla poesia.
La sedia elettrica e l’elettroshock, gli strumenti di correzione – o meglio, di repressione – della devianza di una società perbenista e pericolosamente ipocrita, che vuole imporsi come mirabile esempio di libertà e di civiltà, mentre ripropone con esattezza scientifica le dinamiche dei tribunali della santa inquisizione.
Se solo avesse aspettato qualche anno prima di suicidarsi, la Plath, costretta per timore a pubblicare il suo unico romanzo sotto pseudonimo, avrebbe avuto conferma di ogni sua constatazione e una sola smentita: quella della sua infermità mentale.

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