Un diario femminista a proposito della guerra.

 lussu3Dopo la riedizione di Padre padrone padreterno e de il Libro delle streghe di Joyce Lussu, a 34 anni dalla prima edizione uscita presso Mazzotta, la Gwynplaine ha ripubblicato nell’ aprile 2012 L’uomo che voleva nascere donna che, come recita il sottotitolo, è un diario femminista a proposito della guerra.

Già nel 1938 Viriginia Woolf, in quel suo lavoro difficilmente catalogabile che si intitola  Le tre ghinee, si chiedeva come le donne potessero aiutare a prevenire la guerra, quali strumenti avessero per farlo, quale fosse il loro peso nella società. La Woolf, che non ha mai preso parte attiva ad una guerra, muoveva da una serie di interrogative retoriche, per approdare a delle conclusioni attraverso l’analisi della realtà a lei contemporanea e l’uso della logica.
Diverso è il caso di Joyce Lussu, che è stata partigiana ed ha combattuto, militarmente e non solo metaforicamente, anche mentre era incinta.
Pur non avendo grandi simpatie per il movimento femminista, o almeno per quel femminismo borghese passato in rassegna in Padre padrone padreterno e da lei definito intimistico-sessuale, Joyce muove da questa premessa: il personale è politico, dicono giustamente le femministe di oggi. Il problema è appunto di politicizzarlo e storicizzarlo, di uscire in campo aperto per collocarlo nelle vicende di tutti, di caricarlo di una prospettiva proiettata nel futuro. Anche la vita delle donne è stata determinata dal susseguirsi delle guerre, dall’uso delle armi, se pure generalmente in mano altrui. Vogliamo provare a parlare di noi tenendo presente questo fattore essenziale?

Da questo passaggio, dall’affermazione che il personale è politico e dunque va storicizzato, ha inizio un suo diario che parte dall’infanzia e dall’educazione in un collegio svizzero, per ricordare come, negli anni venti, l’orrore della prima guerra mondiale avesse fatto montare un’ondata di pacifismo tra gli intellettuali borghesi. Ma questi, non trovando risposta adeguata, né filosofica, né politica, nella tradizione d’appartenenza, fondata sul militarismo, sul colonialismo e sul razzismo, e rifiutando i movimenti delle classi subalterne che si rifacevano alle Internazionali, cedettero al fascino di esotiche sirene, rappresentate in primo luogo dalla filosofia indù, che dietro una maschera di mitezza e pacatezza nascondeva (e nasconde) un volto profondamente reazionario che ha costituito, non a caso, la base religiosa su cui si è fondata la società delle caste. Risale a quegli anni il patto Briand_Kellogg, che mentre sanciva la rinuncia alla guerra come strumento di risoluzione dei contrasti internazionali, di fatto consentiva agli Stati di ricorrere alle armi senza l’obbligo di dichiarare apertamente guerra qualora si sentissero minacciati. Nonostante l’opinione pubblica fu persuasa di una vittoria democratica contro la guerra, le organizzazioni militari  non scomparvero, ma, al contrario, si rafforzarono ulteriormente nelle forme del fascismo e del colonialismo.
La guerra era tutt’altro che debellata e se ne ebbe riprova proprio con il secondo conflitto mondiale, di cui Joyce ricorda i momenti più intensi della sua partecipazione, dall’addestramento militare in Inghilterra allo sbarco degli americani nel 1943, senza celare il grande amore che la legava a Emilio Lussu ed il suo orgoglio di averlo avuto come compagno a tutto tondo di una vita in cui l’amore e la lotta erano intrecciati.
Terminato il secondo conflitto mondiale, Joyce non si accontenta di essere celebrata come veterana di guerra e di presiedere a retoriche  commemorazioni del 25 aprile: la Resistenza bisognava continuare a farla, nei nuovi spazi legali e costituzionali che ci eravamo conquistati, senza far finta che il fascismo fosse stato debellato e senza dimenticare che molti popoligli spazi legali e costituzionali non li avevano ancora e dovevano ancora affrontare la guerra per la loro sopravvivenza. Eccola allora, ormai cinquantenne, ripartire per l’Africa e il Medio Oriente a sostenere concretamente e in prima persona quelle popolazioni, come i curdi, nazione senza stato, e il popolo di Guinea Bisseau, che lottavano per la propria indipendenza.
Quando, nel ’68, i movimenti femministi riaccendono una miccia rivoluzionaria, la veterana combattente, mai stanca di lottare, denuncia il sostanziale disinteresse delle donne per le dinamiche della guerra, dinamiche la cui gestione continua ad essere delegata agli uomini, mentre, per molti versi, non cessa la fascinazione  che le stesse subiscono da quello che Robin Morgan, negli anni ’90, avrebbe definito  “il demone amante”, allo stesso tempo l’eroe del rischio e l’antieroe della mortalità.
Ad oggi, sembrerebbe che le donne, avendo avuto accesso alla carriera militare, abbiano superato questa eterna tendenza alla delega del potere nelle mani maschili, di un potere, beninteso, che si fonda sull’uso della forza e sulla militarizzazione dello stesso. Ma nell’ampia introduzione al volume, la curatrice, Chiara Cretella, osserva che fino a quando le donne entreranno in queste strutture di potere, dalla politica alla magistratura, senza contestare il modello gerarchico e maschilista, non avremo che donne come Lyndie England, la soldatessa ritratta nel carcere lager di Abu Ghraib, che ancora oggi – in cura antidepressiva e abbandonata alla marginalità con un figlio non riconosciuto avuto dal suo collega marines, ispiratore di quelle foto -si dice non pentita degli abusi commessi, che venivano incentivati ed approvati anche dai suoi superiori. 
Anche Virginia Woolf, ne Le tre ghinee, a proposito della carente istruzione concessa alle donne, osservava che queste non avrebbero raggiunto un peso pari a quello degli uomini nella società se il sistema stesso d’istruzione non fosse cambiato, ma si fosse limitato a inglobarle  in un  meccanismo androcentrico, che comunque ammette le donne in regime di subalternità e le costringe a rincorrere valori stabiliti da altri e per altri.
Le conclusioni cui Virginia Woolf e Joyce Lussu pervengono sono molto vicine: la prima immagina di destinare due ghinee su tre all’educazione delle ragazze e ad un’associazione che le sostenga nell’intraprendere una libera professione, perché è solo quando avranno una indipendenza economica e un’autonomia di giudizio che le donne potranno concorrere alla gestione della guerra e decidere di andare oltre la stessa.
Analogamente, al termine del suo diario, dopo aver rievocato le tappe della sua partecipazione alla guerra e del superamento del logica che la sostiene, rendendola necessaria, Joyce Lussu così conclude: dobbiamo veramente subire la violenza e la distruzione come schiavi ebetizzati dalle macchine del consenso? Gli interrogativi sono tanti ed è probabilmente ora di porseli sul serio. Di porseli come donne che rifiutano l’alienazione e la delega inconsapevole. Parliamone. Discutiamo insieme una iniziativa politica, possibile e ragionevole, per cominciare a uscire da una situazione impossibile, irragionevole e terribilmente pericolosa.
Lo scriveva nel 1978. Parliamone, è ora.

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